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L’inconscio rissoso di Morgan ha compiuto il lavoro occulto alla perfezione, e selezionato con automatismo pavloviano termini che più aggressivi e sconci non potevano essere.
Dal Morgan in sé al Morgan in me
L’ultima puntata della serie Morgan: un uomo di mezza età, una polemica al giorno, è perlopiù fiacca e priva di mordente, e si può tranquillamente pigiare sul telecomando e saltare a prossimo episodio, in cui verosimilmente farà pipì sulla scrivania del sindaco di Milano mentre questi gli sta consegnando l’Ambrogino d’oro.
Ma c’è almeno un elemento nella sua intemerata contro il pubblico di Selinunte su cui è interessante soffermarsi. È quando, in stato di evidente alterazione – e segnamoci il sostantivo: alterazione – grida “fro*** di me***” alla persona che lo aveva richiamato al tema musicale della serata.
Una frase che dice qualcosa di ben specifico e inaccettabile (per la quale, va aggiunto, Morgan si è più volte scusato), ma qui utilizzata in chiave di generico insulto, l’espressione a portata di labbra che si immagina possa fare più male. E infatti il suo inconscio rissoso, perché di questo stiamo parlando, ha compiuto il lavoro occulto alla perfezione, e selezionato con automatismo pavloviano termini che più aggressivi e sconci non potevano essere.
Utilizzando una categoria lacaniana, potremmo dire che le due parole in sequenza unite da preposizione appartengono al Grande Altro, da intendersi come una pre-interpretazione linguistica del mondo elaborata in determinati (ma piuttosto ampi) momenti storici collettivi. Quindi archiviate come opzione attivabile all’occorrenza.
Non basta dunque dissociarsi, di più, sdegnarsi al cospetto della bulleria eterosessuale di Morgan, ma andrebbe interrogata quella parte di noi – probabilmente non ne siamo neppure consapevoli – che ha imparato ad associare fro*** con me***, e a scagliare entrambi contro qualcuno percepito come nemico.
Qui non sono infatti in gioco i diritti civili e il rispetto dovuto agli omosessuali, su quelli, al netto di qualche svalvolato come il generale Vannacci, siamo tutti d’accordo. È piuttosto l’incrostazione di un’Italietta piccolo borghese e fascistoide, molto più difficile da elaborare ed espungere perché fa tana dentro linguaggi acquisiti fin da piccoli, come ricorda Matteo Marchesini in un suo intervento. È in quel tempo remoto che si crea la metonimia tra inimicizia e omosessualità, da utilizzare, come dimostra l’episodio di Selinunte, anche in direzione inversa.
Un buon esercizio consiste nello scarto di livello, si realizza, parafrasando Giorgio Gaber, nel passaggio dal Morgan in sé al Morgan in me. Può aiutare l’ausilio di uno specchio verso cui disporsi frontalmrnte, quindi iniziare a ripetere: “Fro*** di me*** fro*** di me*** fro*** di me***…”
Cosa provo, cosa mi comunica quella sequenza di suoni dentro la pancia?
Quando le emozioni di rabbia che verosimilmente scaturiranno si convertiranno in una sonora risata – l’insulto è ridicolo, mica davvero vogliamo prenderlo sul serio? – potremo non solo dire ma sentire che è una sciocchezza. Saperlo lo sappiamo già. Se poi ne abbiamo ancora voglia, allora e non prima ci sarà tempo per tornare sui social a insultare Morgan, dargli dell’omofobo, augurargli ogni sorta di purga televisiva, come se non partecipare a X-Factor equivalga a un biglietto di sola andata per la Kolyma…
Ma fino a che non avremo collaudato su di noi l’orrenda espressione che ci appartiene, chi più chi meno a seconda dell’oratorio frequentato, lo specchio è lui, Marco Castoldi, in arte Morgan. Solo che non riconosciamo al suo interno il nostro volto, quello dei nostri avi e di infinite generazioni precedenti.

* Per gentile concessione di Guido Hauser
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