L’ultimo libro di Luca Falorni parla di bar, ecco la recensione “alcolica” del nostro A.C. Whistle
“Abituali. 21 (più uno) racconti da bar” di Luca Falorni
L’alfabetizzazione delle masse ha anche degli effetti negativi. Non perché, dopo avere letto qualche romanzo di quart’ordine, rudi operai prendano a lavarsi troppo spesso e finiscano col fidanzarsi maschio e maschio, oppure casalinghe sino ad allora mansuete si ritrovino a sognare il grande amore e scappino con un rappresentante di biancheria per la casa abbandonando la famiglia. No, mi riferisco al fatto che molti, troppi scrivono romanzi.
Siamo circondati dai romanzieri della domenica, io conosco uno che ha scritto un giallo ambientato in Lucania, un altro che ha osato la saga fantasy, poi ci sono quelli che danno alle stampe delle robe indefinibili legate alla loro passione (che sia il deltaplano o il cannibalismo, il risultato è sempre e comunque tedioso). Soggetto, predicato, complemento, “ho una storia da raccontare”, e via con la pubblicazione (tanto una casa editrice che ti stampa le copie a tue spese la trovi facilmente, chissà come mai).
Poi ci sono gli scrittori famosi, quelli che addirittura campano con i loro libri vendendoli alla piccola borghesia malamente istruita. Essi sembrano essere ignari dei 25-30 secoli di produzione letteraria che li hanno preceduti e pensano di avere qualcosa di originale da dire, quando invece è già stato scritto tutto e comunque meglio di come lo scrivono loro. Sono il motivo per cui da anni non metto piede in una libreria generalista, giacché il ritrovarmi circondato da pile di baricchi e carofigli e scurati e murge mi cagiona istantaneamente pirosi con dolore retrosternale.
Infine abbiamo quelli che escono dalle scuole di scrittura, i loro libri sono come le canzoni in “1984” di Orwell, composte senza alcun intervento umano su uno strumento noto come “versificatore”, prodotte per i prolet al fine di tranquillizzarli (su quest’ultimo punto c’è una differenza, infatti oggidì il fine è quello di alleggerirli di un po’ di denaro).
Allora perché vi parlo di “Abituali. 21 (più uno) racconti da bar”? Innanzitutto perché conosco personalmente Luca Falorni e confido che mi offra un paio di pinte di birra in cambio della mia recensione. Oltre a essere bevitore e scrittore, è anche videomaker con la Anthony Perkins Productions, fa l’insegnante di italiano nel carcere di Livorno ed è noto alle cronache scandalistiche per la sua turbolenta relazione con la Miss Danimarca 2018 Helena Heuser (no, quest’ultima cosa non è vera, quindi potete smettere di cercare le immagini su Google).
Abituali 21 (più uno) racconti da Bar – BookTrailer
Poi perché si parla di bar, locali che frequento da decenni con una certa assiduità per sorbire bevande alcoliche (esistono anche dei degenerati che vi entrano per ingerire cappuccini e infusi, ma non dobbiamo criminalizzarli) e dove spesso nascono storie minime, forse proprio perché -appunto- i frequentatori sono un filino brilli.

E infine perché si tratta di racconti, il che ha un duplice vantaggio: per lo scrittore, che se un racconto fra tanti gli riesce meno bene il danno è limitato; per il lettore -in questo caso sarei io- che non deve seguire intrecci troppo lunghi, e ciò consente di bere una maggiore quantità di whisky durante la lettura senza perdere il filo della narrazione.
I bar di cui si parla sono locali (quasi tutti realmente esistenti o esistiti) di Livorno e di Milano, le città dove l’autore ha vissuto, e non sono solo un pretesto per introdurre gli eventi, bensì quasi sempre elemento costitutivo della storia, nel senso che la storia non si reggerebbe se fosse ambientata altrove. In qualche caso la descrizione del luogo risulta un po’ didascalica, ma faccio questa osservazione al solo fine di mostrare che la mia profonda competenza letteraria non è disgiunta da una orgogliosa indipendenza di giudizio (il che potrebbe fare scattare la terza pinta).
Fosse un romanzo, vi darei qualche cenno sulla trama, senza svelarla per intero. Ma qui sono 21+1=22 racconti, che vi posso dire? Che sono vicende ambientate in dei bar, che ci sono belle storie con qualche colpo di scena molto ben concepito, e che, sì, qualcosa di originale c’è, davvero.
Troverete alcuni vocaboli in vernacolo livornese (ma vi basterà andare su Google, come stavate facendo poco fa per Helena Heuser) e anche alcuni refusi e piccole imprecisioni qua e là: in questo caso non considerateli un difetto, bensì indice di genuina artigianalità culturale, contrapposta alla asettica pseudoletteratura industriale.

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