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giovedì, Luglio 7, 2022

“La guerra la vinci quando ti accontenti”: il bandito Arnaldo Gesmundo racconta la sua storia

Il documentario della Anthony Perkins Productions “La guerra la vince chi si accontenta” racconta la storia di Arnaldo Gesmundo, detto Jess il bandito, uno degli autori dell’assalto al furgone portavalori in via Osoppo nel 1958.

Anthony Perkins Productions: “La guerra la vinci quando ti accontenti”, storia di Arnaldo Gesmundo “Jess il bandito”

Alla locuzione “cinema indipendente” la memoria di noi novecenteschi va qualche a decennio indietro, a sale ricavate in locali angusti quasi sempre sotterranei, a pellicole tremendamente noiose ma molto impegnate, o così doveva essere a giudicare dalle facce pensose di chi stava lì a visionarle.

E anche noi facevamo quella faccia lì, per non dare a vedere che non avevamo capito dove fosse l’impegno (a meno che nel film non vi fosse una scena esplicita, per esempio un salotto milanese ove donne eleganti bevono il tè in porcellane di Sèvres e all’improvviso sbuca -da chissà dove e chissà come- un operaio edile col cappello di carta di giornale a declamare poesie di Majakovskij in vernacolo lucano, allora si capiva che l’impegno c’era, ma continuava a sfuggire il senso) e anche perché, provenendo da famiglie di varia estrazione ma comunque molto civili, evitavamo di lasciare rumorosamente la sala durante la proiezione berciando ingiurie contro gli organizzatori.

Cosa che avrei dovuto fare quella volta che mi sorbii un film -spacciato per documentario- sui minatori di carbone belgi o francesi, con uno di essi (ma in realtà credo fosse un attore con la barba incolta e gli indumenti stazzonati a simulare verismo) che ogni 5-10 minuti veniva inquadrato in primo piano e pronunciava ieraticamente solo due parole in varia combinazione fra esse: “carbonage” e “chomage”. (Purtroppo non ricordo il titolo dell’opera, altrimenti ve lo segnalerei affinché il mio sacrificio di allora possa oggi salvare degli innocenti). Per recuperare l’equilibrio psichico poi si guardavano i film con Bruce Lee, e ogni tanto anche quelli con Franco e Ciccio.

La premessa qualunquista serviva ad attirare la vostra attenzione, ora parliamo della APP (Anthony Perkins Productions). Dalla pagina Facebook apprendo che nasce nel 1990 “come crew video-informatica all’interno del CSA Godzilla di Livorno”, attraversa varie vicissitudini e ora si definisce “entità fluida senza sede e senza padrini.” (a quanto ne so i componenti fanno anche altri mestieri, ché già di cinema difficilmente si campa, figuriamoci se sei entità fluida), le loro opere sono state e sono presenti in diversi festival dell’audiovisivo in tutta Europa.

Nel documentario “La guerra la vinci quando ti accontenti” raccontano la storia di Arnaldo Gesmundo, detto Jess il bandito, anzi la fanno raccontare a lui (hanno fatto appena in tempo, Gesmundo è morto il nel 2020 a 89 anni).

Jess il bandito

La rapina al furgone portavalori in via Osoppo a Milano il 27 febbraio del 1958 fu un fatto di cronaca che ebbe enorme risonanza. La ligera (etimologia ignota, così veniva chiamata la mala milanese del tempo) si limitava a reati non eclatanti, ma quel giorno un manipolo di miserabili (in senso economico e sociale) riesce a rapinare, senza spargimento di sangue, circa 114 milioni di lire (in realtà il totale nominale superava i 500 milioni, ma i titoli non negoziabili vennero prontamente scartati dalla banda).

il bandito Arnaldo Gesmundo racconta la sua storia2
La scena del crimine

Come sempre accade in questi casi la realtà si confonde col mito e con la fanfaronata: nella banda c’erano ex partigiani gappisti e criminali comuni e -pare- anche un ex fascista (in quel periodo erano tutti ex qualcosa, e forse anche oggi è uguale); la signora di passaggio che apostrofa i rapinatori “andate a lavorare!” e si sente rispondere “signora, io sto lavorando”; le sette tute blu da operaio indossate per passare inosservati (oggi attirerebbero l’attenzione: chi è quello lì che ha un lavoro fisso?);

Gesmundo ragazzino che tira un calamaio di inchiostro rosso sul ritratto di Mussolini; gli ebrei di via Giacosa che nel 1938 spariscono; Gesmundo che spiega il perché di una condanna a 13 anni (con richiesta di 30 anni da parte del PM) per una rapina effettuata “senza una goccia di sangue” né violenze (“abbiamo un codice che difende la proprietà e non la persona”); gli orrori del carcere di Procida (“cosa vuoi rieducare con le botte?”); ma soprattutto di come dalla povertà è un attimo arrivare alla criminalità, senza averne necessariamente la vocazione.

Ora, se pensate che il furgone derubato portava i valori di una banca, e poi pensate alle più recenti vicende di “titoli spazzatura” e “diamanti da investimento” rifilati dalle banche ai risparmiatori, converrete con me che un’eventuale simpatia per Arnoldo Gesmundo non può essere classificata come apologia di reato.

La guerra la vinci quando ti accontenti –

 

 

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A.C. Whistle
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Giurista e poeta

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