Non vorrei finire sulle tracce di Gobinau, ma è impossibile sottrarsi a qualche valutazione sulla composizione etnica delle ‘nazionali’, nella quale si riflettono modalità che affondano le radici nella storia e nei sistemi sociali.
Calcio e geopolitica
Di Fausto Anderlini*
Distinguerei, seppure variamente sfumati e talvolta mescolati, almeno tre tipi europei e quattro tipi sub-continentali extra-europei.
Tipi europei:
–Le ex nazioni-impero, cioè Francia, Inghilterra e Olanda con l’aggiunta del Belgio. Tutte caratterizzate da una folta presenza, a tratti maggioritaria, di atleti tratti dal retroterra coloniale storico.
Ciò non esclude un calco calcistico-culturale (cioè una scuola) di stampo ‘nazionale’ ovvero ‘metropolitano’, ma l’elemento saliente è che la forza di queste compagini si basa sulla resa di componenti etniche ‘minoritarie’ o ‘aggiunte’ al ceppo nazionale storico. Serbatoio di ‘ascari’ possenti e talentuosi arruolati alla potenza coloniale come cittadini-calciatori di nuova generazione.
Emblematico lo scontro che ha opposto Inghilterra e Francia: dei ventidue in campo i veri inglesi e francesi (tali considerando anche baschi ed alsaziani) erano una minoranza.
–Le nazioni imperiali decadute o impedite nell’accesso alla forma imperiale: Spagna e Italia, mentre Germania e Portogallo presentano anche elementi marginali tipici delle nazioni-impero.
In esse gli effettivi calcistici appartengono quasi integralmente alla stirpe nazionale storica e giocano quasi sempre in club nazionali espressivi della cultura calcistica ivi dominante. Con differenze rilevanti che ne definiscono il rendimento. La scuola spagnola è certo più affluente di quella italiana.
Infatti nella Liga i calciatori stranieri pur presenti non prevalgono su quelli spagnoli, mentre nel campionato italiano gli italiani, almeno da vent’anni a questa parte, fanno da riserve o giocano in serie B. Col risultato di una certa mediocrità generale.
C’è da chiedersi se le sporadiche performance dei pedatori nostrani (come nell’ultimo mundial vinto e nel fresco europeo, non derivino proprio da una sorta di rivalsa nazional-proletaria di giocatori declassati o a rischio di declassamento.
– Le nazioni ‘minori’, etnicamente omogene e animate da un fiero spirito nazionalista, cioè tutte quelle dell’est europeo, lasciando da parte il caso speciale della Russia (nazione-impero peraltro espulsa dal calcio globale a seguita della guerra Ucraina).
Peculiarità di queste nazioni, spesso di nuova formazione, è di avere un proprio retroterra calcistico nazionale o meta-regionale (si pensi al ‘calcio danubiano’) e di presentare compagini per intero saturate da appartenenti al ceppo nazionale autoctono. Sebbene i giocatori, di queste nazionali militano quasi per intero nei ricchi club stranieri dell’Europa occidentale, veri e propri ‘pendolari’, essi quando si radunano sotto le insegne della madre-patria ne divengono interpreti fieri e accaniti.
Sono le nazioni piccole, comunque neglette, intimamente revanchiste (a torto o a ragione) in causa di torti e prepotenze subiti che col calcio cercano un posto al sole e giocano una rivincita.
Di tipi extra-europei ne individuo almeno quattro:
–L’America del sud che presenta una grande varietà etnica, a seconda di come si mescolano/escludono gli elementi europei (iberici e italici), creoli e amerindi, e almeno due grandi scuole autoctone: quella brasiliana e quella argentina/paraguagia.
Argentina, Uruguay e Paraguay presentano team composti in via esclusiva di bianchi d’estrazione europea, mentre nel resto prevale il meticciato. Qui i calciatori sono prodotti ‘in casa’ (talchè i campionati locali come le competizioni continentali conservano un rilievo significativo) anche se a un certo punto del ciclo del prodotto finiscono per militare quasi tutti nei club europei.
Il nazionalismo di cui sono espressione attiene più a certi stili di vita che a solide configurazioni statali. Frutto di una storia dove l’elemento razionale statal-nazionale è di formazione recente e comunque debole. Rivalità più prossime al municipalismo (livornesi contro pisani) che al nazionalismo.
– Il nord-africa, cioè i paesi arabi mediterranei del Maghreb. Con squadre etnicamente omogenee composte di atleti agili, longilinei, dai movimenti armonici, perfettamente adatti al calcio. La particolarità di queste squadre è di interpretare una sorta di pan-arabismo. Quasi tutti i calciatori militano in club europei (i campionati locali non hanno grande fama).
Ma un’altra particolarità è che molti atleti non sono nativi, come nel caso del Marocco, del paese. Una nazione etnicamente omogenea ma dispersa fra più stati in seguito all’emigrazione di massa. Chi non sceglie la nazionalità di accoglienza optando per il paese d’origine degli avi interpreta una sorta di nazionalismo di ritorno.
Paradossalmente ciò contribuisce a conferire uno spessore radicale e universale al principio di nazionalità, dal quale consegue una grande combattività e tenacia.
–L’Africa ‘nera’. Squadre composte di atleti fisicamente fortissimi ma capaci di movimenti armonici che giocano quasi sempre in club europei. Il caso vuole che quando questi calciatori aderiscono alle nazionali europee il loro contributo fa la differenza, mentre quando si adunano nelle nazioni di provenienza non hanno analogo rendimento.
Spesso svogliati, disattenti e tatticamente indisciplinati. Come se la nazione di cui indossano i colori abbia scarsa rilevanza come tale e la coscienza si blocchi ben prima di assurgere a una qualche forma di pan-africanismo. Il fenomeno è l’inverso di quanto accade per i maghrebini.
–L’Asia, specie estrema, nella quale le squadre sono rigorosamente omogenee dal punto di vista etnico. Gli atleti raramente giocano in club esteri. Il calcio è un fenomeno di acquisizione recente ma è rielaborato in proprio attingendo alle risorse filosofiche della tradizione. Modellato, inoltre, sui caratteri fisici prevalenti: atleti piccoli, agili, ma veloci, tenaci, resistenti e tatticamente disciplinati.
Sicchè il paradosso di un calcio che è sport d’importazione, ma elaborato in chiave rigorosamente autoctona. Nazionale e asiatica insieme. Con risultati anche sorprendenti (come dimostra il caso del Giappone).
Poi ci sarebbero altre tipologie anfibie, come quella dei paesi turcofoni, iranici e medio-orientali, o quella delle new entry calcistiche dell’anglosfera (Usa, Australia, Canada)…
…..ma qui mi fermo, per dire a chi vanno le mie preferenze. Al Marocco e all’Argentina.
Simpatie personali
Al Marocco perchè esprime la rivalsa di popoli colonizzati e di culture con grande tradizione quanto stigmatizzate dall’occidente. E insieme perchè espressione di un nuovo cosmopolitismo nazionale. Calcio che si fa nazione ed emancipazione ben oltre il confine spaziale di una patria. Il Marocco incarnazione di tutti i magrebini di ritorno sparsi per il mondo. Maghrebini of all land united. Quanto di più vicino alla celebre esortazione di Karl Marx. Perché ogni nazione ha il suo Maghreb.
All’Argentina perchè in qualche modo incarna i bianchi sfortunati dell’altra America. La sua faccia triste. Italiani e spagnoli il cui sogno di ricchezza è andato svanito. Tangheri dalla faccia sporca, talentuosi, malinconici, cattivi. Con una storia tragica scolpita nella nazione, fra peronismo, fascismo, comunismo. La lotta di classe agraria dell’Europa tridentina trapiantata in Sud America. Calcio come malinconia di una patria perduta o impossibile. Espressione di tutti gli espatriati. Qualcosa di unico. Come Maradona.

* Grazie a Fausto Anderlini
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