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L’attuale controllo sulle parole che vuole continuamente semplificare la lingua, le strappa a quella assenza di regole che produce le parole stesse e i loro significati tra la gente.
Semplificare la lingua, ostacolare il pensiero
Le parole sono nostre figlie. Ma i figli, si sa, a un certo punto prendono la loro via, diventano autonomi. C’è sempre un elemento di arbitrio, di indeterminatezza nel significato che le parole assumono nel tempo, e del resto da un mezzo arbitrio nacquero.
La cura delle parole è importante, se pensiamo ad alcune di esse. Per esempio, “economia”, che è oikos più nomos, cura della casa, dei beni di una famiglia, del gregge, in estrema sintesi. Qualcosa che poteva essere capito da tutti, anche quando abbiamo smesso con le pecore e la terra, un affare della gente comune: il miglior economista sarebbe la casalinga che fa la spesa.
Col tempo l’economia è diventato altro, si è autonomizzata ma non per mezzo dell’arbitrarietà sociale, l’economia è stata cioè strappata alla gente da una élite, da tecnici. Al punto che oggi non si capisce più cosa sia.
Ma oggi sta avvenendo lo stesso con tante altre parole, per esempio “famiglia” o “violenza”. Mi pare che mentre il lavoro della arbitrarietà sociale moltiplichi i significati, conferisca ricchezza, invece la vaghezza portata dalle elites produca solo indeterminatezza, confusione, in modo da favorire l’arbitrio di pochi.
Questi pochi pensano che le parole siano semafori, cambino il modo di pensare delle persone. Così la fusione tra parole alimenta il potere dei giudici, per dirne una.
Insomma, l’attuale controllo sulle parole le strappa a quella assenza di regole che produce le parole stesse e i loro significati tra la gente, inclusi nella gente i matti e i bambini, e toglie loro la possibilità del gioco e del ribaltamento (penso a “ric… one” che ha assunto significati molteplici nel tempo e spesso ha poco a che vedere con l’omosessualità).
Ed è un controllo che fa piazza pulita di una mediazione necessariamente complessa tra parole e mondo, che implica una ricchezza di connotazioni, e lo fa in nome di una semplificazione estrema e meccanica con cui l’uomo vorrebbe realizzare un pieno, illusorio dominio del mondo e dei rapporti sociali nonché delle parole stesse intese erroneamente come cose (il fine proclamato è quasi sempre la difesa delle minoranze).
Credo che questo controllo sia una delle ragioni per cui il nostro vocabolario si impoverisce, compreso quello dei dialetti. Semplificare la lingua vuol dire (tentare di) semplificare e dominare i rapporti sociali e tra le persone, col risultato di banalizzarli.

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