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Regimi senza regimi: il berlusconismo ha fatto più danni del fascismo

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Il fascismo non è l’eredità più pericolosa del Novecento italiano. A dominare oggi è il berlusconismo come forma mentale: consumismo, superficialità, culto dell’apparenza, anche tra chi pensava di combatterlo. La democrazia si è svuotata.

L’Italia dopo la parentesi: il vero regime è quello che non riconosciamo

C’è un’illusione comoda che attraversa la coscienza nazionale come una coperta stesa sopra una macchia: credere che il fascismo sia stato una deviazione, un incidente isolato, una parentesi ormai chiusa. Benedetto Croce, con il suo ottimismo liberale, lo definì una “malattia morale ma non mortale”. Una frase elegante, certo, ma anche pericolosamente rassicurante. Perché se è vero che il fascismo storico è finito, è altrettanto vero che l’Italia non ha mai smesso di produrre le condizioni culturali che rendono possibile una nuova forma di obbedienza di massa, più subdola, meno riconoscibile, ma altrettanto pervasiva.

Oggi il termine “fascista” viene brandito come una clava semantica: tutto ciò che non rientra nel vocabolario dei nuovi moralismi viene sospinto in quell’angolo buio. Stato, comunità, tradizione, identità, perfino la parola “popolo” diventano sospette. Non perché siano intrinsecamente autoritarie, ma perché disturbano un’ideologia che si proclama emancipatrice e si rivela, invece, uniformante. È una censura che non si dichiara, ma che agisce per esclusione, ridicolizzazione, delegittimazione.

Il ventennio che non finisce: berlusconismo come forma mentale

Se c’è un vero “regime” che continua a governare l’immaginario italiano, non è quello in camicia nera, ma quello in giacca lucida e sorriso perenne. Il berlusconismo non è stato solo un’esperienza politica: è diventato un modo di percepire il mondo, un’educazione sentimentale collettiva. Anche chi lo ha osteggiato ha finito per respirarne i presupposti: la riduzione di ogni valore a merce, la sostituzione del pensiero con l’opinione rapida, la convinzione che l’apparenza sia più reale della realtà.

Questo paradigma non si è limitato alla televisione e alla pubblicità. Ha modellato il senso comune, ha insegnato a desiderare senza sapere perché, a muoversi senza direzione, a consumare come atto identitario. In questo scenario si inserisce quella che potremmo chiamare, con ironia, “Intelligenza Americana”: non una tecnologia, ma una mentalità.

Un modo di interpretare il mondo in chiave utilitarista, edonista, semplificata. Non importa comprendere, basta funzionare. Non serve ricordare, è sufficiente reagire.

La diffusione acritica di modelli culturali importati, privati del loro contesto, ha prodotto un paese che celebra ciò che non gli appartiene e dimentica ciò che lo ha formato. Halloween diventa più significativo di una festa civile, il lessico aziendale sostituisce quello politico, la mobilità diventa un feticcio anche quando non conduce da nessuna parte. Tutto deve essere nuovo, purché non costringa a pensare.

Quando la polis scompare

Una parte consistente della popolazione non chiede più un progetto di società, ma solo intrattenimento, benessere immediato, denaro senza origine e senza conseguenze. È una pulsione trasversale, che non conosce confini ideologici. Non è una deriva di una sola parte politica: è un clima, una pressione atmosferica che rende ogni discussione profonda faticosa e impopolare.

Ma la politica non è uno spettacolo e non può esistere senza una polis, senza un terreno condiviso di valori e significati. Quando questo terreno si dissolve, restano solo individui isolati che competono per visibilità, riconoscimento, risorse. In quel vuoto, la democrazia non crolla con un colpo di stato: si svuota lentamente, si trasforma in procedura senza anima.

Il rischio non è il ritorno di un fascismo caricaturale, ma la normalizzazione di un conformismo globale che non tollera deviazioni. Un sistema che non reprime solo con la forza, ma con l’indifferenza e con il ridicolo. Che non impone, ma seduce. Che non proibisce, ma distrae.

Se non si riconosce questa continuità, si continuerà a combattere fantasmi, ignorando il vero lascito che ci accompagna: una società che ha scambiato la libertà con la comodità e la critica con il consumo. E quando la memoria si spegne, non serve più neppure la censura: ci si autocondanna al silenzio.

 

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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