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Lo scandalo Epstein rivela un potere occidentale fondato sulla complicità e sulla trasgressione rituale. A confronto, la Cina smantella il suo vecchio collante genealogico. Due modelli in crisi, due vuoti che potrebbero generare un nuovo ordine, o una nuova guerra.
Epstein e l’abisso: quando il potere si separa dall’umano
C’è un momento, nelle fasi di crisi storica, in cui il potere smette di nascondersi dietro le proprie narrazioni ufficiali e inizia a mostrarsi per ciò che è: un insieme di pratiche, rituali e complicità che precedono e superano le istituzioni. È il momento in cui le categorie abituali – democrazia, legalità, rappresentanza – non spariscono, ma diventano gusci vuoti, utili a rassicurare chi sta fuori.
In questi passaggi, ciò che conta non è più la forma del comando, bensì il modo in cui le élite si riconoscono, si selezionano e si tengono insieme. Capire il potere significa allora spostare lo sguardo: dalle leggi ai legami, dalle ideologie ai comportamenti, dalla morale dichiarata ai riti reali che fondano l’appartenenza.
La vicenda Epstein, anche nella sua versione ancora parziale e filtrata, non è soltanto uno scandalo giudiziario né un catalogo di orrori da archiviare nella cronaca nera d’élite. È, piuttosto, una finestra spalancata sulla natura del potere occidentale quando questo si esercita senza freni, senza mediazioni simboliche condivise, senza più nemmeno la necessità di fingere. Ciò che emerge non è l’eccezione, ma una forma di normalità interna a certi circuiti: il potere come complicità, come ricattabilità reciproca, come costruzione di un “dentro” che si separa radicalmente dall’umano.
La domanda decisiva non è perché individui potenti abbiano commesso atti illegali e degradanti. La storia del potere è costellata di violazioni. La vera questione è un’altra: perché farlo insieme, apertamente, davanti agli altri membri del gruppo. Perché esporsi. Perché trasformare la trasgressione in una scena condivisa. È qui che lo scandalo diventa antropologia.
La trasgressione come fondamento
Nella tradizione occidentale, il legame tra potere e violazione visibile non è una novità. Dalle pratiche libertine delle corti europee del Seicento fino alle società segrete dell’aristocrazia ottocentesca, il potere ha spesso costruito sé stesso attraverso riti di esclusione morale. Non serve evocare de Sade per capirlo: bastano esempi storici come i salotti della Restaurazione francese, dove figure come Charles-Maurice de Talleyrand trasformavano la trasgressione privata in strumento di governo informale.
Nei suoi Mémoires, Talleyrand descrive senza imbarazzo un mondo in cui favori sessuali, umiliazioni pubbliche e scandali controllati erano parte integrante della costruzione del consenso. Analogamente, nella Londra vittoriana, il cosiddetto Marlborough House Set, gravitante attorno a Edward VII quando era Principe di Galles, faceva dell’eccesso un linguaggio politico: feste orgiastiche, amanti esibite, violazioni deliberate della morale pubblica.
Come scrisse il diarista Charles Greville, “la rispettabilità era per i governati, non per chi governava”. In questi ambienti, l’eccesso non era un vizio privato ma un segnale di appartenenza: chi partecipava dimostrava di essere al di sopra della legge comune, e quindi degno di comandare.
La funzione di questi rituali è chiara: creare un “noi” separato, fondato sulla compromissione reciproca. Partecipare a un atto che distrugge le coordinate morali condivise produce una fusione identitaria estrema. Non è solo ricatto: è trasformazione. Il trauma condiviso ridefinisce l’identità dei partecipanti e li colloca fuori dalla comunità ordinaria. Il potere, così, non si limita a dominare la società: si auto-proclama altra specie.
Il modello Epstein sembra iscriversi perfettamente in questa logica. Non un semplice sistema di favori sessuali, ma un dispositivo rituale di coesione. Una teologia rovesciata, in cui la violazione non è colpa ma sacramento. L’illegalità non è un rischio, è il collante.
Quando i poteri entrano in conflitto
Resta però una domanda cruciale: perché tutto questo è emerso, e perché ora. Non è sorprendente che sia accaduto; è sorprendente che sia stato reso pubblico. Il potere fondato sulla complicità non esaurisce l’intero campo del potere. Accanto a queste élite informali esistono apparati, burocrazie, strutture tecniche, istituzioni coercitive. La società non è un blocco unico, ma un sistema di sistemi.
Quando questi sistemi entrano in attrito, le crepe diventano visibili. La pubblicazione dei materiali legati a Epstein suggerisce un conflitto interno tra diverse forme di potere occidentale: quello fondato sulla ricattabilità e quello fondato sulla gestione tecnica, giuridica, militare. Nessuno dei due è innocente, ma non sempre coincidono. A volte si neutralizzano a vicenda.
Questo rende il confronto con la Cina particolarmente istruttivo, come ha brillantemente sottolineato Alessandro Visalli. L’autore di “Classe e partito” in una sua riflessione social, ha fatto notare di come in Cina, per decenni, il cemento delle élite sia stato genealogico e rivoluzionario: famiglie, reti di discendenza politica, memoria di una guerra fondativa lunga e sanguinosa. Quel modello ha garantito stabilità e crescita, ma ha prodotto anche un’aristocrazia informale di “principini” difficilmente controllabile.
Negli ultimi anni, Xi Jinping ha smantellato sistematicamente quell’ordine, colpendo figure apicali come Bo Xilai o Zhou Yongkang attraverso campagne anticorruzione che hanno avuto una funzione politica ben più ampia della moralizzazione. Non si è trattato solo di epurazioni, ma della demolizione di un simbolismo fondativo ormai esausto.
Il problema del nuovo cemento
Il punto, però, è che distruggere un cemento non equivale a crearne uno nuovo. La disciplina, il controllo amministrativo, la tecnologia e persino la paura possono funzionare per un periodo, ma non sostituiscono una mitologia condivisa. Ogni ordine politico ha bisogno di una narrazione che lo renda legittimo, non solo efficace.
Qui il parallelo storico più istruttivo non è con gli imperatori della Cina classica, ma con la fine della Rivoluzione francese e l’ascesa di Napoleone Bonaparte. Prima del colpo di Stato del 18 brumaio dell’anno VIII, che nel calendario gregoriano corrisponde al 9 novembre 1799, non vi fu un improvviso tradimento della Repubblica, bensì un lento svuotamento del suo senso politico.
Il Direttorio, nato per stabilizzare la Francia post–giacobina, si reggeva su un’oligarchia corrotta, incapace di riformare l’economia, contenere l’inflazione e soprattutto controllare l’esercito. Le guerre continue, pensate per esportare la rivoluzione, finirono per militarizzare la politica e politicizzare i generali.
Napoleone non creò il caos: ne fu il prodotto più coerente. Come osserva Madame de Staël, la Repubblica era già morta “per consunzione morale” prima che Bonaparte ne celebrasse il funerale istituzionale. Il potere passò dalle assemblee ai comitati, dai comitati ai militari, dai militari a un uomo solo, legittimato non da un’ideologia nuova ma dalla promessa di ordine, efficienza e grandezza.
L’Impero nacque così: non come rottura improvvisa, ma come soluzione autoritaria a una crisi di coesione. Un modello ricorrente nella storia: quando il collante simbolico di un sistema si esaurisce, il potere cerca una forma più semplice, più dura, più verticale. Non per virtù, ma per necessità.
Oggi ci troviamo davanti a due modelli in crisi: da un lato l’Occidente, dove le élite sembrano abitare un universo simbolico anti-umano; dall’altro la Cina, dove il collante post-rivoluzionario mostra segni di esaurimento per eccesso di successo. Due vuoti diversi, ma comunicanti.
Il nuovo ordine, se nascerà, non emergerà da una superiorità morale. Potrebbe emergere dallo scontro tra questi vuoti, dal loro rispecchiarsi e alimentarsi a vicenda. E non è detto che ciò avvenga pacificamente.
La domanda, allora, non è chi comanda, ma quale vuoto simbolico stia cercando di riempire. Finché il potere continuerà a fondarsi sulla separazione e non sulla relazione, ogni ordine che nascerà sarà fragile, e ogni stabilità solo una tregua.

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