30.1 C
Rome
mercoledì 18 Maggio 2022
AgoràE anche la famiglia diviene meccanismo della faccia oscura della narrazione bellica

E anche la famiglia diviene meccanismo della faccia oscura della narrazione bellica

L’ideologia della famiglia come unico rifugio nel mondo, senza la quale l’individuo atomizzato, infragilito, è posto di fronte all’annichilimento di ogni senso del vivere.

La faccia oscura della narrazione bellica, ovvero la famiglia

L’analisi condotta da Slavoj Žižek sulla struttura narrativa e sul nucleo ideologico delle sceneggiature di film di fantascienza catastrofistica è sicuramente un risultato di rilievo circa l’impiego degli strumenti della psicoanalisi lacaniana nella critica cinematografica.

In un articolo come “A Pervert’s Guide to Family“, il filosofo sloveno traccia con chiarezza i contorni del nucleo ideologico su cui si reggono, nella cinematografia blockbuster americana, le strutture formali della diegesi, secondo uno schema che si ripete identico a se stesso di film in film: all’origine è rappresentato un dissidio familiare, una lacerazione che colpisce – in modo apparentemente irrimediabile – le relazioni e gli affetti.

È la rappresentazione di una crisi in atto che i protagonisti non sono in grado di ricomporre simbolicamente.

Che si tratti di un rapporto edipico (genitori/figli) o di una relazione d’amore che attraversa acque burrascose, invariabilmente il legame è messo alla prova di un evento che corrisponde alla comparsa improvvisa del Reale nell’esperienza dei protagonisti.

Il Reale è sempre raffigurato come un evento catastrofico, quale un’invasione aliena (come nel remake di “La guerra dei mondi”), una guerra orribile e incomprensibile (come nel recente “The Black Crab”), una devastazione dalle cause ignote (come in “La strada”), un cataclisma naturale (per esempio la caduta di un meteorite, come in “Armageddon”, o un repentino mutamento climatico, come in “The Day After Tomorrow”).

Nel dipanarsi della narrazione l’evento catastrofico è la causa della separazione e dello scioglimento del legame. Questa forza di slegamento, appunto, è la pulsione di morte che è resa visibile, nei suoi effetti di abissalità del senso, mediante la proiezione all’esterno del Reale.

Il disaster movie diventa così il racconto di un nucleo traumatico custodito sì nell’inconscio, ma restituito nella messa-in-forma di un immaginario di perdita, morte e lutto.

Nel terzo tempo della diegesi – si direbbe il tempo di una sintesi dialettica – l’esperienza dell’incontro con un negativo assoluto che è portatore di morte, in quanto renderebbe irrimediabile lo slegamento degli affetti, lascia il posto a una conciliazione che è pacificante, poiché instaura l’ordine e l’armonia là dove c’erano conflitto e lacerazione.

Il superamento della prova del Reale è di volta in volta messo in scena come la sconfitta del Nemico come alterità assoluta (gli alieni sterminatori) o come la salvezza agognata dopo la distruzione (la meteora che viene deviata, o fatta esplodere).

Ma il superamento della prova – che di solito coinvolge l’umanità intera, poiché la minaccia è in effetti universale – conduce i protagonisti a riconoscersi, trasformati dall’esperienza del negativo assoluto e, finalmente, pronti a vivere una relazione d’amore reciproco.

Hegelianamente, dunque, la pacificazione afferma la vittoria etica del Bene sul Male, trasmutando le passioni inconsce in strutture simboliche che custodiscono i legami ormai convertiti in pura positività.

In questo modo, Žižek individua la formula con cui il cinema dei disaster movies fornisce tanto la rappresentazione del conflitto interno alla famiglia quanto le modalità esperienziali della sua risoluzione, che equivalgono sempre all’attraversamento di una devastazione sconfinata in quanto coinvolge non solo i protagonisti, ma l’umanità intera.

Quest’ultima è chiamata a raccolta dalla necessità, ma la mobilitazione avviene in nome di un’unità che nel racconto è sempre espediente retorico, secondo una versione degradata dei valori universali: la spinta a unirsi è sempre risultante da una reazione di fronte a una minaccia apparentemente inaffrontabile perché smisuratamente grande.

L’ideologia veicolata è quella di una sorta di cosmopolitismo di risulta, generato com’è dall’eventualità dell’estinzione di massa o della irreversibilità della distruzione. Tuttavia, questo universalismo non è che lo strato più esterno del nocciolo ideologico vero e proprio, consistente in quell’ideologia della famiglia come unico rifugio nel mondo, senza la quale l’individuo – atomizzato, infragilito, ridotto all’incapacità di tradurre in comportamenti coerenti le sue passioni – è posto di fronte all’annichilimento di ogni senso del vivere.

I disaster movies forniscono così alla cultura popolare una versione accessibile dell’hölderliniano “Dove c’è pericolo, cresce ciò che salva”. Il pericolo è smisurato, enorme, sproporzionato per le risorse dell’umanità, a maggior ragione di quelle d’individui lacerati, isolati e tormentati dalla loro inadeguatezza affettiva.

L’interpretazione di Žižek potrebbe così fornirci una straordinaria chiave di lettura, sub specie perversionis, degli eventi bellici di cui siamo spettatori. Come in un disaster movie americano, non dovremmo cioè ricercare le ragioni del conflitto unicamente sul piano dell’analisi politologica – affidandoci dunque a strumenti coerenti con un orientamento realistico (rapporti di forza economici, militari ecc.) – ma dovremmo forse considerare la guerra come quell’irruzione del Reale che svolge la sua funzione ideologica di dispositivo di conciliazione e di pacificazione degli affetti familiari.

Potrebbe dunque essere questo il doppio fondo della guerra: schermo su cui sono rappresentati gli affetti tormentati di un rapporto familiare disastrato, impossibili da ritessere simbolicamente se non grazie a una pulsione di morte che funge da spoletta per la ricucitura.

In guerra si può mai essere veramente equidistanti

Esteriorizzata la pulsione di morte nel mondo, mediante l’evocazione del Nemico assoluto o del Male irriducibile, essa lavorerebbe a favore della ricomposizione simbolica di quell’unico universo che all’individuo americano è rimasto dopo lo sfaldamento della società e il tramonto di tutti i valori, convertiti ormai in semplici simulacri (l’umanitarismo che si accende, per il tempo dello spettacolo, con ogni guerra).

Quell’unico universo residuale è la famiglia, tempio sacro in cui gli affetti e i legami sono custoditi, ma sempre minacciata da un esterno che, per converso, non è che l’altra faccia di ciò che v’è di più intimo.

Ad un’analisi speculare, dunque, le potenze di morte si anniderebbero propriamente nel cuore nero della famiglia, in quel lato oscuro che risulta intollerabile a una morale borghese immiserita e ridotta – quasi per scarnificazione progressiva – alla sua verità indicibile e irrappresentabile.

La perversione di questo male oscuro che intacca gli affetti familiari consisterebbe così nella proiezione delle potenze di morte nel mondo, affinché la famiglia possa ricomporsi attorno a un focolare sacro oramai depurato da ogni negativo.

L’universalismo americano nasce nel cuore nero della famiglia e così lo occulta. Non sarebbe questa, forse, una delle ragioni per cui la proclamazione dei precetti religiosi dei diritti umani ci suona come una nota stonata e falsa?

Forse, per capire le dinamiche inconsce che danno forma visibile a questa guerra, che è raccontata sui nostri schermi come un disaster movie in cui il nemico assoluto è responsabile delle peggiori atrocità e nefandezze, dovremmo iniziare a scavare nell’indicibile e nell’irrappresentabile delle lacerazioni, dei traumi e dei lutti delle famiglie, che andrebbero dunque a comporre il primo tempo della rappresentazione, quello che nella sceneggiatura del conflitto è stato omesso.

Dunque, occorrerebbe ricostruire il passato burrascoso di Biden Jr., il legame edipico con un padre che ha attraversato la perdita dolorosa della moglie, il disorientamento di un uomo politico che sembra drammaticamente intenzionato a percorrere la strada dell’intransigenza nella sua personale lotta contro il Male.

Le distruzioni che questa guerra produce là fuori, nel mondo reale, potrebbero essere null’altro che la pedina simbolica necessaria per l’happy end finale, quello in cui padre e figlio si riconoscono e si riconciliano in un amore reciproco di cui sono andati finora, ma con insuccesso, alla ricerca.

Ma nel caso in cui tale happy end si mostrasse nel suo carattere illusorio, quale sarebbe il prezzo da pagare, prima che i protagonisti si facciano carico del fallimento delle loro esistenze?

Cartoline da Salò: un anno marchiato dalle stimmate della pandemia

 

Leggi anche

 


Raoul Kirchmayr
Raoul Kirchmayr
Insegna Storia e Filosofia nei Licei e dal 2002 è a contratto all’Università di Trieste, dove attualmente insegna Estetica presso il Corso di laurea in Architettura. Ha al suo attivo oltre un centinaio di pubblicazioni.

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli