La crociata Olimpiadi-Biennale: quando la geopolitica decide chi può esistere

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Sport e arte vengono presentati come strumenti di pace, ma oggi funzionano come armi geopolitiche. Russia esclusa, mentre USA e Israele competono senza problemi. Il vero nodo è il soft power: Olimpiadi e Biennale sono diventati palcoscenici politici.

Sport e arte sotto censura: quando la geopolitica decide chi può esistere

Per decenni abbiamo ascoltato una liturgia quasi rassicurante. Lo sport come ponte tra i popoli, l’arte come lingua universale capace di superare le frontiere politiche, le Olimpiadi come tregua simbolica tra nazioni in conflitto. Discorsi forse ingenui, ma non del tutto campati in aria. In fondo la storia recente qualche esempio lo offriva davvero: basti ricordare la cosiddetta “diplomazia del ping pong” negli anni Settanta, quando una semplice partita di tennis tavolo contribuì ad aprire il dialogo tra Stati Uniti e Cina nel pieno della Guerra Fredda.

Oggi quella narrazione sembra evaporata. Al suo posto è comparso qualcosa di molto più banale e meno nobile: l’uso dello sport e della cultura come strumenti di propaganda geopolitica. Non più spazi di incontro, ma palcoscenici dove si decide chi è degno di esistere e chi deve sparire.

Il doppio standard olimpico

Prendiamo il caso dello sport internazionale. Le regole olimpiche prevedono che un paese coinvolto in un conflitto possa essere escluso dalle competizioni. Una norma apparentemente chiara. Peccato che la sua applicazione assomigli più a un esercizio di interpretazione creativa.

La Russia viene bandita o costretta a partecipare sotto bandiera neutrale (così come la Bielorussia, ancor più assurdamente). Gli atleti devono quasi chiedere scusa per la loro nazionalità. Nel frattempo Stati Uniti e Israele continuano a gareggiare senza alcuna restrizione, nonostante siano coinvolti in guerre e operazioni militari che riempiono quotidianamente le cronache internazionali. Tal Aviv è accusata di genocidio dalla Corte Penale Internazionale, ma la cosa non ha alcuna conseguenza negli ambiti sportivi.

È evidente che non siamo davanti a una regola universale. Siamo davanti a una regola selettiva. Vale per i nemici, si interpreta per gli amici. La cosa più curiosa è che questa incoerenza viene presentata come difesa dei valori olimpici. Una formula retorica che ormai assomiglia a una password diplomatica: la si pronuncia e ogni contraddizione diventa improvvisamente invisibile.

In realtà la funzione dello sport internazionale è cambiata. Non è più uno spazio neutrale, ammesso che lo sia mai stato davvero. È diventato uno strumento di soft power, una vetrina geopolitica dove gli Stati esibiscono se stessi e, quando serve, delegittimano gli avversari.

L’arte trasformata in frontiera ideologica

Se lo sport soffre di doppie regole, il mondo dell’arte sta vivendo una trasformazione forse ancora più paradossale. Qui la logica dell’esclusione appare addirittura più difficile da giustificare. Per quale motivo uno scrittore, un pittore o un musicista dovrebbe essere ritenuto responsabile delle scelte del proprio governo? La domanda sembra banale, eppure negli ultimi anni è diventata quasi scandalosa.

Gli artisti russi vengono spesso esclusi da festival, mostre e istituzioni culturali. Ma lo stesso principio non viene applicato agli artisti statunitensi o israeliani. Anche qui la regola è semplice: la colpa collettiva vale solo per alcune nazionalità. Il caso della Biennale di Venezia è emblematico. La decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco ddi mantenere aperta la possibilità di presenza russa ha scatenato un putiferio.  L’annuncio è stato dato dalla Biennale stessa a inizio mese, e motivato poi in un comunicato: “La Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte. La Biennale, e così la città di Venezia, si confermano luogo di dialogo, apertura e libertà artistica, favorendo la vicinanza fra i popoli e le culture e auspicando sempre la fine dei conflitti e delle sofferenze.”

Apriti cielo! La Commissione Europea, con la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e il commissario alla Cultura Glenn Micallef hanno condannato “la decisione della Fondazione Biennale di consentire alla Russia di riaprire il proprio padiglione nazionale”, minacciando inoltre di togliere i fondi. Il ministro Giuli ha minacciato di inviare gli ispettori. (A fare cosa?)

Eppure l’argomento è tutt’altro che semplice. Un artista che espone in una galleria privata è un individuo. Un artista che espone nel padiglione nazionale rappresenta formalmente lo Stato che finanzia quello spazio. È questa ambiguità strutturale che rende la Biennale un campo di battaglia simbolico. E non potrebbe essere altrimenti, perché la Biennale nasce in un’epoca precisa: la fine dell’Ottocento, quando i padiglioni nazionali erano l’espressione culturale di un mondo dominato dai nazionalismi e dalle ambizioni coloniali.

Oggi quei padiglioni sono spesso poco più che uffici stampa dei ministeri della cultura. Spazi dove l’arte diventa un elegante strumento diplomatico.

Un’idea radicale: abolire le bandiere

Esiste una soluzione radicale, che probabilmente nessuno adotterà mai. Abolire i padiglioni nazionali e trasformare la Biennale in una vera esposizione globale. Gli artisti verrebbero selezionati esclusivamente per il valore delle opere, non per il passaporto. Russi, israeliani, americani, iraniani o europei esporrebbero nello stesso spazio, senza rappresentare alcuno Stato. Sarebbe una rivoluzione culturale autentica.

Naturalmente molti governi si opporrebbero immediatamente. Senza padiglioni nazionali perderebbero una delle più raffinate vetrine di soft power. L’arte smetterebbe di essere una bandiera elegante. Curiosamente un modello simile esiste già: gli atleti olimpici rifugiati o gli artisti che espongono sotto bandiera neutrale. Oggi questa condizione è considerata una punizione. Diventerebbe invece molto più interessante se fosse la regola per tutti. Significherebbe affermare un principio semplice: non importa chi governa il tuo paese, importa ciò che sai fare. Ma forse proprio questo è il problema.

Se lo sport e l’arte smettessero di servire la geopolitica, molti Stati perderebbero improvvisamente interesse per entrambi.

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Sira Beker
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