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Il Foglio, il giornale che insegna il mercato con i soldi dello Stato

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In trent’anni Il Foglio ha incarnato il paradosso italiano: predicare il mercato vivendo di fondi pubblici. Dietro la cooperativa, la presenza Lario-Berlusconi e un megafono mediatico che influenza più di quanto venda.

Il Foglio e l’arte italiana dell’invisibile

Ci sono anniversari che non celebrano un successo, ma una grammatica del potere. I trent’anni de Il Foglio non sono solo la storia di un quotidiano di nicchia: sono la radiografia di un Paese che ha fatto dell’eccezione la regola e dell’ipocrisia un metodo. Nato negli anni Novanta come operazione editoriale “tecnica”, il giornale diretto da Giuliano Ferrara ha rappresentato fin dall’inizio un’anomalia: predicare il mercato restando appeso alla mano pubblica, difendere il liberismo grazie a un modello societario da manuale di elusione.

La cifra che accompagna questa parabola è tutt’altro che simbolica: circa 70 milioni di euro di finanziamenti pubblici in trent’anni. Un dettaglio che, se applicato a qualsiasi altra impresa privata, basterebbe a far crollare la retorica del “fate da soli”. E invece qui diventa una nota a piè di pagina, quasi un inciampo burocratico. Perché Il Foglio non è stato pensato per stare in edicola come gli altri: è stato progettato per stare sopra, in una zona grigia dove l’influenza conta più della diffusione.

Il segreto non è mai stato la linea editoriale, né la platea, la cui consistenza resta un mistero degno di una commissione parlamentare. La vera chiave è l’architettura societaria. Per aggirare i vincoli antitrust che avrebbero reso ufficialmente visibile il vero editore, si scelse la formula della cooperativa. Un elegante travestimento giuridico, dietro cui si muovevano interessi tutt’altro che neutri.

Il paravento cooperativo e la proprietà reale

Dietro la facciata cooperativa, negli anni, si è consolidata una presenza decisiva: quella riconducibile a Veronica Lario, allora moglie di Silvio Berlusconi. Attraverso diverse sigle societarie, tra cui PBF, la famiglia Lario ha detenuto quote oscillanti tra il 30 e il 40 per cento del giornale. Formalmente non proprietaria, sostanzialmente centrale. Una distinzione sottile, ma decisiva, per restare dentro le regole e fuori dalla loro sostanza.

Il cortocircuito era perfetto: mentre sui quotidiani progressisti – Repubblica in testa – Lario veniva raccontata come simbolo di dignità tradita dal Cavaliere, lo stesso sistema continuava a sostenere, seppure indirettamente, un giornale nato per offrire una sponda “colta” al berlusconismo. Un alibi morale, buono per rassicurare salotti e think tank, che potevano così dirsi critici senza rinunciare ai benefici di un ecosistema mediatico perfettamente oliato.

Nel frattempo, Il Foglio ha costruito la sua vera forza: non nelle edicole, ma nei palinsesti. I suoi editorialisti sono diventati presenze fisse nei talk show, nelle rassegne stampa, nei podcast e nei social. Il giornale ha smesso presto di misurarsi con le copie vendute per puntare sull’egemonia simbolica. Un megafono sproporzionato rispetto alla sua base reale, ma perfettamente funzionale a colonizzare il linguaggio della politica e dell’economia.

Predicare il mercato con i soldi pubblici

Qui sta il paradosso che rende Il Foglio un caso di scuola: un quotidiano che non vive di mercato, ma ne fa catechismo; che non rischia capitale proprio, ma esalta l’austerità; che sopravvive grazie allo Stato mentre spiega al Paese come fare a meno dello Stato. È l’economia della rendita travestita da imprenditorialità, la stessa che domina larga parte del capitalismo italiano.

Non è un’eccezione, ma un sintomo. Il Foglio ha anticipato una forma di potere che non si misura più in vendite o consensi, ma in capacità di orientare il dibattito. Non serve convincere masse: basta definire l’agenda, stabilire cosa è serio e cosa è ridicolo, chi è moderno e chi è un residuo del Novecento. In questo senso, il giornale ha svolto una funzione che va oltre se stesso: è diventato una piattaforma ideologica permanente.

Trent’anni dopo, la sua storia racconta meglio di qualsiasi trattato il “sistema Italia”: un Paese dove il pubblico finanzia il privato che lo denigra; dove la creatività fiscale è virtù e la trasparenza un optional; dove l’antitrust è un ostacolo da aggirare con ingegneria societaria. Un laboratorio in cui l’ipocrisia non è un difetto, ma una competenza.

Così, mentre si celebrano i compleanni e si brindano le longevità editoriali, resta una domanda: se questo è il modello, chi paga davvero il conto? La risposta è sempre la stessa. E non compare mai in testata.

 

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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