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A 85 anni dalla morte, Rudolf Hilferding resta una figura chiave del marxismo europeo: teorico del capitale finanziario, ministro a Weimar, critico del nazismo e dello stalinismo. Analizzò l’oligarchia del capitalismo moderno e pagò con la vita l’opposizione al regime hitleriano.
Rudolf Hilferding (Vienna, 10 agosto 1877 – Parigi, 11 febbraio 1941)
La ricorrenza dell’85° anniversario della morte di uno dei più importanti intellettuali marxisti del Novecento, Rudolf Hilferding, merita un approfondimento.
Racconta lo storico Enzo Traverso che:
«Il 28 novembre 1937, Joseph Goebbels inaugurò a Monaco una mostra intitolata Der ewige Jude (L’ebreo eterno), dedicata a illustrare il ruolo pernicioso svolto storicamente dagli ebrei […] Nel salone d’ingresso, un enorme pannello mostrava diversi ritratti di personalità ebraiche tra cui, nel mezzo, il socialdemocratico Rudolf Hilferding e il bolscevico Karl Radek»
(Enzo Traverso, Rivoluzione. 1789-1989: un’altra storia, Feltrinelli 2021).
Rudolf Hilferding morì l’11 febbraio 1941 dopo essere stato torturato dalla Gestapo nella prigione de La Santé a Parigi.
Lo storico Lucio Villari così raccontava l’epilogo della sua vita:
«Rudolf Hilferding scomparve nel nulla in un giorno del 1941 in Francia, in una prigione della Gestapo. Nel nulla significa che non si sa se fu ucciso o se, come il suo conterraneo Walter Benjamin, si sia suicidato per sottrarsi al nazismo. Era riuscito a fuggire dalla Germania nel 1933, rifugiandosi in Svizzera. Tenuto d’occhio dalla polizia tedesca, decise nel 1938 di trasferirsi a Parigi. Dopo la sconfitta militare della Francia nel giugno 1940 e la creazione del governo collaborazionista di Vichy, Hilferding capì che l’unica via di scampo era la fuga negli Stati Uniti. Recatosi a Marsiglia per imbarcarsi su una nave di linea, fu arrestato da agenti di Vichy e consegnato ai nazisti. Interrogato e torturato, è probabile che il suo fisico — aveva sessantaquattro anni — non abbia retto. Non è rimasta testimonianza della sua fine.
L’accanimento del governo nazista nei suoi confronti si spiega con il fatto che egli era uno dei pochi oppositori a non essere riuscito a far perdere le proprie tracce nel flusso imponente dell’emigrazione politica tedesca verso l’America rooseveltiana. Per quanto ormai solo e inerme, Hilferding era pur sempre un simbolo vagante di un tempo di libertà e di democrazia che gli esponenti della nuova Germania volevano far dimenticare».
Le origini e la formazione austro-marxista
Hilferding era nato a Vienna nel 1877 da una famiglia di immigrati ebrei polacchi provenienti dalla Galizia. A sedici anni si unì alla Lega degli Studenti Socialisti, frequentando il caffè Heiliger Leopold insieme a Karl Renner, Max Adler, Otto Bauer e Margarethe Hönigsberg. Discutono il Capitale, Kautsky e la Neue Zeit.
Come molti “ebrei non ebrei” della sua generazione, scelse il socialismo come patria politica. Contribuì a fondare una scuola di partito per operai a Vienna e nel 1904, insieme a Renner, Bauer e Adler, la rivista Marx-Studien, organo teorico della futura scuola austro-marxista.
Profilo su Jacobin: Jacobin Magazine
Dalla Seconda Internazionale alla Repubblica di Weimar
Attraverso Karl Kautsky divenne uno dei più brillanti intellettuali marxisti della Seconda Internazionale. Nel 1906 insegnò economia politica alla scuola del Partito Socialdemocratico Tedesco a Berlino e collaborò al Vorwärts!.
Si oppose al sostegno della SPD alla Prima Guerra Mondiale e aderì alla minoranza contraria alla guerra, poi all’USPD. Tornò nella SPD durante la Repubblica di Weimar, ricoprendo due volte il ruolo di ministro delle Finanze.
In questa fase elaborò il concetto di “capitalismo organizzato”, interpretato da G.E. Rusconi come trasformazione del capitalismo monopolistico in sistema regolato e strutturato, ma non ancora democratico. Il problema centrale divenne la trasformazione dell’economia organizzata capitalista in economia organizzata democraticamente.
Il capitale finanziario (1910)
Hilferding è passato alla storia per Il capitale finanziario (1910), definito all’epoca “il quarto libro del Capitale”. Opera fondamentale per Kautsky, Luxemburg, Lenin, Trotsky e Bucharin.
Edizione italiana: Mimesis (2011).
Recensione di Emiliano Brancaccio: Link
«La caratteristica del capitalismo moderno è data dai processi di concentrazione […] Il capitale finanziario cerca il dominio, non la libertà […] La risposta del proletariato all’imperialismo non può essere che il socialismo, non il libero scambio».
Il confronto con Lenin
Lenin studiò a fondo l’opera, criticandola per riformismo e insufficiente comprensione delle dinamiche imperialistiche, pur riconoscendone l’importanza teorica.
Approfondimento: La critica di Lenin
Critica all’Urss e socialismo democratico
Nel 1940 Hilferding scriveva:
«Per noi il socialismo è indissolubilmente legato alla democrazia […] Non avremmo mai immaginato che l’economia gestita potesse assumere la forma di un assolutismo illimitato […] “Lo stato sta svanendo…” Ma la storia ci ha insegnato diversamente».
Testo completo: Link
Una sconfitta storica, una lezione ancora attuale
Socialdemocratici e comunisti tedeschi furono sterminati dal nazismo, pagando anche le loro divisioni. Sia il progetto rivoluzionario di Lenin sia la transizione democratica di Hilferding furono sconfitti nel tentativo di superare il capitalismo.
Eppure, le conquiste del movimento operaio restano decisive. Hilferding colse la tendenza oligarchica del capitalismo finanziario; Lenin la deriva imperialista verso la guerra. Dal loro metodo di analisi della totalità capitalista — per dirla con Lukács — abbiamo ancora molto da apprendere.

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