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Elisabetta Zamparutti: contro la tortura, oltre il diritto penale

Elisabetta Zamparutti, politica italiana, è tra i fondatori di Nessuno Tocchi Caino,
una ONG italiana, attiva internazionalmente, affiliata al Partito Radicale Transnazionale, il
cui principale obiettivo è l’attuazione della moratoria universale della pena di morte e, più in generale, la lotta contro la tortura. Dal 2016 al 2019 è stata componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e i trattamenti o le punizioni inumane o degradanti per conto dello Stato italiano.

Elisabetta Zamparutti: contro la tortura

Intervista di Emilia Santoro.

1. In precedenti occasioni lei ha avuto modo di citare il grande giurista tedesco,
Gustav Radbruch, che affermò: “Più che cercare un diritto penale migliore,
dobbiamo cercare qualcosa di meglio del diritto penale”, parole che tra l’altro
sollecitano l’estensione dei termini della questione dal piano meramente
giuridico al piano più propriamente culturale. Trascorso ormai quasi un secolo
da allora, sarebbe stato proprio velleitario aspettarsi risultati molto più tangibili
da tale ricerca?

Non direi velleitario, direi piuttosto che sarebbe stato necessario aspettarsi risultati molto
più tangibili nel senso indicato da Gustav Radbruch che è quello di andare verso un
superamento del diritto penale. Ci troviamo invece ad un uso del diritto penale per
governare problemi sociali, problemi che vengono ridotti a questioni di ordine pubblico
mentre necessitano di adeguate politiche sociali. Vi è una bulimia penalistica che ha
portato in particolare il nostro Paese a contare ormai decine di migliaia di fattispecie
penali. C’è un problema sociale? Introduco un reato ad hoc oppure, ben che vada,
aumento la pena prevista se il fatto è riconducibile ad un reato già previsto. E’ il segno
della progressiva affermazione di un pensiero e di una politica illiberale.

2. Quanto aggrava la posizione delle persone detenute il forte slittamento a destra
della politica italiana degli ultimi decenni, proprio in relazione all’uso della
giustizia penale come forma di regolazione di fenomeni sociali, quali
l’immigrazione e la tossicodipendenza?

Non vedo grandi differenze tra destra e sinistra su questo. Abbiamo visto il triste naufragio
di quel grande lavoro del Ministro Orlando con gli stati generali per la riforma
dell’esecuzione penale. Guardo con attenzione alle proposte dell’attuale Governo per la
separazione delle carriere dei magistrati e perché i tossicodipendenti scontino la loro pena
fuori dal carcere.

3. Di recente si è fatto strada il concetto di giustizia riparativa. Lei stessa ha detto
che “Occorre trovare forme di giustizia diverse che, più che giudicare,
condannare, separare, mettere in disparte, siano orientate alla riparazione”. In
quali termini tale concetto può davvero rappresentare una svolta?

La giustizia riparativa aiuta ad uscire da una logica retributiva di cui è intriso il diritto
penale, inteso come processo e come esecuzione penale. Pensate che la parola pena fa
riferimento, nella mitologia greca, ad un mostro marino che il Dio Apollo scaglia contro la
città di Argo, perché li era morto il figlio che aveva concepito con la figlia del re, un mostro che rubava i bambini alle mamme per ucciderli. Ecco, teniamo a mente questo significato
di “pena” quando pensiamo al processo penale e ancor più a quelli istituti che chiamiamo
penali, penitenziari.

La giustizia riparativa attiene all’idea di una giustizia rinnovata che
sappia guardare al futuro invece di fossilizzarsi su fatti passati che pure sono
incancellabili. Come ha detto Marta Cartabia in una sua bellissima lectio magistralis, è
“una giustizia volta a ri-conoscere, ri-parare, ri-costruire, ri-stabilre, ri-conciliare, re-
staurare, ri-cominciare, ri-comporre il tessuto sociale. È una giustizia caratterizzata dal
prefisso ri- che guarda in avanti e allude alla possibilità di una rinascita: senza cancellare
nulla – anzi ri-cordando tutto – apre una prospettiva nuova per la singola esistenza
individuale e per l’intera comunità.

4. La locuzione latina spes contra spem, fatta propria da Nessuno Tocchi Caino,
mira ad un maggiore coinvolgimento psico-emotivo e culturale della persona
detenuta nel proprio percorso di riscatto sociale. Qual è la differenza tra ‘essere’
speranza ed ‘avere’ speranza? Soprattutto, le condizioni in cui versano la
maggior parte delle carceri italiane non rendono fatalmente improbo tale
percorso ad una persona detenuta?

Essere speranza invece che avere speranza è l’unica via da percorrere durante il tempo
della detenzione. Essere speranza è l’indicazione nonviolenta, di matrice gandhiana e
pannelliana, per cui occorre sempre incarnare quel cambiamento che vogliamo vedere nel
mondo. Occorre sempre partire da sé se si vogliono cambiare le cose, le condizioni di vita
come quelle di detenzione. Tanto più in un sistema detentivo degradato, oserei dire
abbandonato dallo Stato stesso, per quello che constatiamo nelle visite che quasi
quotidianamente facciamo nelle carceri. Qui, solo il cambiamento, la liberazione interiore
penso che innanzitutto possa prefigurare e aiutare la liberazione anche esteriore.

5. Riferendosi al Rapporto Censis del dicembre 2020, lei evidenziò l’inopportunità
di sondaggi sul ripristino della pena di morte (per inciso, italiani favorevoli al
44%), sostenendo una sua definitiva archiviazione anche culturale, così come è
avvenuto per altri fenomeni, come lo schiavismo. Anche volendo del tutto
escludere che nel nostro Paese ci siano ancora entità politiche intenzionate a
sbandierare apertamente siffatte istanze, è d’accordo nel ritenere che esse
facciano comunque gioco a giustizialisti e antigarantisti (sia a destra che a
sinistra) per tenere alta l’asticella dei diritti delle persone detenute?

Se penso che l’opinione pubblica italiana è stata sottoposta ad un bombardamento
mediatico giustizialista (da mani pulite in poi per intenderci) costante, quotidiano, più volte
al giorno, da oltre trent’anni, trovo che la percentuale del 44% di favorevoli alla pena di
morte sia un dato contenuto ed estremamente positivo. E’ positivo nel senso che
evidenzia una tenuta dei cittadini di gran lunga superiore a quella di una classe politica
incapace di affrontare, appunto politicamente, i problemi che sottendono a quei
comportamenti che ledono o minacciano la sicurezza sociale. Il problema è che non viene
fatta conoscere all’opinione pubblica la condizione critica in cui versa il sistema giustizia,
né le condizioni inumane e degradanti del carcere. Se la gente sapesse, di tutto questo se
ne vorrebbe liberare velocemente.

6. Come ha appena evidenziato, la situazione del regime carcerario continua ad
essere uno dei punti nevralgici della giustizia italiana, segnata com’è dal
sovraffollamento e dalla fatiscenza degli istituti di detenzione, aggravata
dall’eccessivo ricorso alla custodia cautelare, resa insostenibile da dispositivi
quali articolo 41bis ed ergastolo ostativo. Le aree più garantiste della società
civile, fra cui Nessuno Tocchi Caino, più che al miglioramento della condizione
detentiva, ormai ambiscono all’abolizione del carcere tout court. È davvero
possibile?

Il superamento del carcere, quale appendice carceraria dell’amministrazione della giustizia
penale, è un progetto politico vero e proprio. E mi riferisco al carcere come comunità
penitenziaria composta, per usare un’espressione di Marco Pannella, di detenuti e
detenenti. Perché a stare male in carcere non ci sono solo i detenuti ma anche chi vi
lavora, direttori, polizia penitenziaria, educatori etc. Il fatto è che spesso si definisce
utopistico semplicemente ciò che non si ha voglia di fare.

 

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Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni). Dal 2023 fa parte della redazione di Achab, rivista letteraria.

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