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Ricordando Francesco Di Giacomo

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Dieci anni fa, il 21 febbraio del 2014 ci lasciava Francesco Di Giacomo, uno degli artisti più importanti della storia della musica italiana. La voce indimenticabile del Banco del Mutuo Soccorso, dalle capacità recitative di un grande attore, dotato delle sensibilità del poeta. Mai banale. Ricordiamo la sua scomparsa attraverso un ricordo personale.

Sulla scomparsa di Francesco Di Giacomo

Corsi dalla mia cameretta allo studio, oltrepassando quel lungo corridoio, avevo forse nove anni e lo scorrere affascinante di quelle note suonate al pianoforte mi rapì. Di chi è questa canzone? Domandai. Il Banco del Mutuo soccorso, Bisbigli si chiama il pezzo. Rispose Ettore, il compagno di mia madre.

Francesco Di Giacomo, voce lirica e poeta del Banco del mutuo soccorso, è morto a Zagarolo a sessantasei anni. Francesco, insieme a Vittorio Nocenzi e Rodolfo Maltese hanno fatto la storia della musica italiana, quella vera, che nasce dall’incontro del rock con la musica classica e il jazz, arrivando all’apice della bellezza musicale, creando delle vere opere d’arte attraverso il virtuosismo dei suoni, lo splendore dei testi e la ricercatezza stilistica delle copertine degli album. Gli amici di una vita hanno deciso di salutarlo per l’ultima volta oggi, in una cerimonia laica al Palazzo Rospigliosi a Zagarolo e decido di andarci.

Fanno ventuno gradi fuori. L’aria è afosa e gonfia di luce. È un giorno di finta Primavera. Emanuele e io percorriamo gli stretti tornanti dei Monti Prenestini che cadono a strapiombo verso un mare verde di boschi. L’appuntamento è al parcheggio di Piazza Del Mercato.

L’incidente è avvenuto lì vicino, in Viale Valle Del Formale e lo stiamo attraversando adesso. Ecco sull’asfalto qualche mazzo di garofani rossi, lungo il muretto. Francesco veniva dalla parte opposta, perdendo il controllo dell’auto, scontrandosi poi con un Suv. L’ambulanza. L’ultimo respiro.

Il parcheggio è grande e i palazzi medievali di tufo sciupato degradano a cascata sullo spiazzo. Attraversiamo un ponte che dall’alto dà sulla strada. C’è un quieto panorama di boscaglia e profumo di mimose. Arriviamo al Palazzo Rospigliosi situato in una piazzetta già gremita di persone. Riconosco i visi che incontravo ai numerosi concerti a cui ho partecipato.

Sul prato davanti all’ingresso del Palazzo, giornalisti e uomini dai capelli bianchi raccolti in lunghe code di cavallo con scure e grigie barbe rigogliose. Sulla facciata del palazzo, una fotografia in primo piano di Francesco con un cappello cilindrico da mago, gli occhi che guardano altrove e che rimandano a una pienezza d’animo mista a malinconia.

Foto Pinterest

Incrocio lo sguardo dell’uomo che cura la vendita dei gadget del gruppo e che è sempre presente ad ogni concerto con il suo bancone. Il figlio di Vittorio Nocenzi, stessa stazza e pettinatura. Antonella, la compagna di Francesco, vestita di rosso e con quello spazietto in mezzo ai denti è bellissima. I fratelli Vittorio e Gianni con gli occhiali scuri e Rodolfo con una bombetta nera sulla testa. Andrea Satta con un cappello etnico e occhiali da pilota sulla fronte.

Le telecamere riprendono il lungo saluto di Mussida e Di Cioccio della Pfm e Jimmi Spitaleri, voce de Le Orme, con Vittorio e Rodolfo.

Ci avviciniamo all’atrio del Palazzo dove Emergency raccoglie fondi. Si dispensava dai fiori ma Francesco aveva chiesto che il danaro fosse donato all’associazione.

Un forte applauso rompe le parole. La macchina è arrivata. Vittorio e Gianni Nocenzi reggono la bara col corpo dell’amico sulle spalle e a passo forte e lento camminano verso la camera ardente con a seguito i familiari e gli amici più intimi. Ad attenderci un lungo tavolo con calici e spumante, come lui voleva, sul quale è appoggiato qualche garofano rosso. Al centro della sala la cassa di legno chiaro coperta da una maglietta nera XXL di Francesco e dei fiori di campo. In fondo, un pianoforte su un piccolo palco.

La sua fotografia su un cavalletto con su scritto La libertà, quando arriverà, avrà un vestito semplice fa ombra a un cartellone da Napoli con ringraziamenti e qualche frase di alcuni pezzi come In volo e Canto Nomade per un prigioniero politico con Io sono nato libero scritto in grande.

Un bambino accovacciato a terra cerca di leggerlo. Un salvadanaio in terracotta, citazione della copertina del primo disco del Banco dove è presente la famosa R.I.P. e Il giardino del mago, con scritto Non mi rompete brano che spesso chiudeva i concerti. Una fotografia di gruppo, forse degli anni Ottanta. Un fazzoletto con un pensiero dalla grafia difficile. Le persone scorrono davanti alla bara.

Pochissimi recitano il segno della croce. Molti battono sul legno asciutto come fosse la sua grossa spalla. Vittorio è lì vicino. Lo bacio e gli stringo la mano, si apre in un rassicurante sorriso e mi ringrazia con affetto. I musicisti del gruppo Tiziano Ricci, Alessandro Papotto e Filippo Marcheggiani concedono qualche intervista. Usciamo fuori per fumare una sigaretta.

“Ti ricordi quando Francesco ha parlato al telefono con Ettore?” – mi domanda Emanuele.
“Sì Ciao Ettore sono Achille! Dove se dovemo vedè pe’ menacce?” – ripeto le parole che disse, sorridendo.

Vediamo Rodolfo Maltese e andiamo a salutarlo. Dopo la sua malattia ha lo sguardo assente quasi come se avesse messo una corazza al dolore.

Raggiungiamo gli altri all’interno della sala. Bruscamente Vittorio Nocenzi interrompe il vocio.

“Vi prego, Antonella desidera che venga suonato qualche brano per Francesco. Un po’ d’attenzione quindi. Dite di fare silenzio lì fuori!” – esclama. Tutti rivolti verso di lui. Gianni Nocenzi al piano sprigiona dolcissimi accordi blu notte, dedicati all’amico scomparso. Dopo, Paolo Sentinelli suona adagio mentre Andrea Satta recita le parole dell’ultima poesia scritta da Francesco: Metti che poi ci credo, metti che poi ci vedo… Ora, Vittorio si siede sullo sgabello del pianoforte.

“Immaginate la sua voce e le sue parole… e seguite la musica…” dice. Eccola, 750.000 anni fa l’amore. Penso alle parole cantate dal vivo e vedo il suo volto dallo sguardo basso e il suo sedersi sempre accanto alla batteria in fondo quando Vittorio diventava protagonista con la parte strumentale. Chiude l’incipit di R.I.P. e un lungo applauso.

Sono le sei di pomeriggio e ci muoviamo imboccando una piccola via stretta del borgo medievale passando il negozio di Antonella, Chiuso per lutto c’è scritto in grande. Vicoli sulla destra con case di tufo all’interno e scalinate di pietra che s’innalzano irregolari a serpentone. La prospettiva rimanda a un breve tunnel dove la fine è una finestra aperta a un precipizio nella ripida vallata verde. In fondo alla strada la chiesa di San Lorenzo Martire. Nell’ampia piazza della chiesa, diversi manifesti funebri salutano e ringraziano Francesco, ricordando l’estrema umanità dell’artista.

Ci fermiamo in una piccola pizzeria a taglio a gestione familiare. Facciamo due chiacchiere con la coppia. “Ma voi conoscevate Francesco?” – chiedo all’uomo. In realtà è da poco che stiamo qui. Però conosciamo Antonella. “Lui qualche volta passava qui davanti.… Tutti dicevano che era un borbottone, si lamentava sempre con il sindaco, sempre in prima linea per i problemi del paese. Ad esempio diceva che non bisognava parcheggiare dentro il centro storico, chi non era anziano doveva mettere la macchina nel parcheggio giù a Piazza Mercato.… Quando c’è stato l’incidente pure i muri ne parlavano. Gli volevano bene tutti – mi risponde. “Sì, era una persona davvero speciale. Comunque grazie, in bocca al lupo per tutto allora. Ritorneremo con più calma sicuramente” – salutiamo e andiamo via.

Nel viaggio di ritorno ripenso alla giornata e al testo dell’ultima composizione di Francesco:
(…) Metti che certe volte ti affidi a qualsiasi vangelo. Metti che non ci credo, metti che non ci vedo (…) Metti che poi col tempo resisti a qualsiasi veleno (…) Metti che poi la storia, la tua, la scrivi davvero. Metti che poi ci credo, metti che poi ci vedo.

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Giuliana Vitali
Giuliana Vitali
Scrittrice e redattrice responsabile della rivista letteraria Achab ->

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