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La memoria del Novecento viene usata come arma politica: la Shoah strumentalizzata diventa scudo per zittire il dissenso e rovesciare le responsabilità storiche. Così il ricordo smette di essere coscienza critica e si trasforma in propaganda.
La memoria come campo di battaglia
– Ferdinando Pastore & Alexandro Sabetti
Per chi è cresciuto sotto l’ombra lunga del Novecento, parole come schiavitù, Olocausto, Hiroshima non sono semplici coordinate cronologiche. Non indicano soltanto eventi, ma ferite che hanno scavato un solco nella coscienza collettiva. Sono state la grammatica emotiva di intere generazioni, il lessico con cui si è costruita un’idea di giustizia, di limite, di rifiuto radicale della violenza come strumento politico. Non una religione civile, ma un patto tacito: mai più.
Eppure oggi quella memoria appare sempre più simile a un terreno minato, su cui ogni parola rischia di esplodere contro chi la pronuncia. Non perché la storia sia diventata più complessa, ma perché è diventata oggetto di un uso cinico, interessato, strumentale. Il ricordo non è più un luogo di riflessione, ma una trincea. Non un ponte tra passato e presente, bensì un’arma da brandire contro il nemico di turno.
Il paradosso è evidente: proprio ciò che dovrebbe vaccinare contro l’orrore viene piegato a una funzione ideologica. La Shoah, che rappresenta il punto più basso della disumanizzazione moderna, viene trasformata in una moneta simbolica da spendere nel mercato della legittimazione politica. Chi la maneggia non lo fa per onorare le vittime, ma per immunizzare se stesso da ogni critica. La memoria diventa scudo, non coscienza.
In questo clima, il lessico della condanna morale viene sequestrato da chi, fino a ieri, ne era il bersaglio storico. Ex eredi di culture politiche che hanno flirtato con il fascismo, nostalgici mai davvero pentiti, si arrogano il diritto di distribuire patenti di antisemitismo. Un rovesciamento che ha del grottesco: chi ha taciuto o giustificato le leggi razziali ora si erge a custode della purezza etica. La storia, così, non viene negata, ma capovolta.
Quando il ricordo diventa propaganda
Il nodo più esplosivo riguarda il presente. In nome di una memoria sacralizzata, si tenta di rendere impronunciabile qualsiasi critica a uno Stato che agisce oggi, qui e ora. Leggi e dispositivi retorici assimilano il dissenso politico all’odio etnico, come se ogni giudizio su Israele fosse, per definizione, un attacco agli ebrei. È una semplificazione violenta, che cancella la distinzione tra popolo, religione e apparato statale.
Questa operazione ha un costo enorme: trasforma la Shoah in una clava, non in una lezione. La tragedia viene chiamata in causa non per ricordare cosa accade quando l’umanità abdica, ma per giustificare nuove forme di sopraffazione. Così il “mai più” si riduce a uno slogan vuoto, utile solo a legittimare chi detiene il potere. Non si protegge la memoria: la si consuma.
Il risultato è un cortocircuito morale. Da un lato, si celebra il ricordo delle vittime del nazismo; dall’altro, si chiudono gli occhi davanti a pratiche che, pur in contesti diversi, riproducono logiche di disumanizzazione. Occupazione, punizione collettiva, violenza sistematica: parole che diventano indicibili perché disturbano una narrazione ufficiale costruita come un’elegia permanente.
La giornata della memoria smarrisce la propria funzione originaria. Non è più uno spazio di ascolto, ma un rito nervoso, attraversato da tensioni e accuse incrociate. Chi prova a ricordare in modo critico viene immediatamente sospettato, messo all’indice, ridotto al silenzio. Non si discute più di storia: si difendono identità politiche.
La rabbia che attraversa questo clima non nasce dall’oblio, ma dall’abuso. Dalla sensazione che ciò che era stato conquistato come patrimonio etico comune venga ora piegato a una logica di parte. È una rabbia lucida, non nostalgica. Non chiede di tornare a un passato idealizzato, ma di restituire al ricordo la sua funzione più elementare: impedire che l’orrore venga normalizzato.
Perché la memoria non è un santuario da blindare, ma un dispositivo critico. Vive solo se interroga il presente, se smaschera le continuità, se rifiuta ogni eccezione morale. Quando smette di farlo, quando diventa propaganda, perde la sua forza e si trasforma in un rituale sterile. E allora non resta che la rabbia: non come fine, ma come ultimo segnale che qualcosa, nel nostro rapporto con la storia, si è incrinato.

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