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giovedì 19 Maggio 2022
AgoràGianni Di Marzio, Maradona e il maestro Roberto De Simone

Gianni Di Marzio, Maradona e il maestro Roberto De Simone

I fili della memoria che uniscono grandi personaggi, una città randagia e una società che costringe un gigante come Roberto De Simone a chiedere la Legge Bacchelli.

Di Marzio, Maradona e Roberto De Simone

C’è una cosa che disse Gianni Di Marzio, non ricordo in quale occasione, che mi ha fatto sempre pensare: Maradona era napoletano. Cioè, lo era già prima di venire a Napoli. Sembra una banalità ma non lo è.

Ricordiamo che Di Marzio scopre Maradona a 16 anni, in Argentina. All’epoca non avevi YouTube e nemmeno acquistavi come il presidente del Toronto su Transfermarket.

Di Marzio fu portato da Diego in taxi a Buenos Aires, ma a differenza di Oronzo Canà, che pure fa il suo viaggetto avventuroso per scoprire “talenti” sudamericani, non trova un Aristoteles depresso ma il futuro del calcio. Il Dio del calcio. Maradona era napoletano.

E penso allora agli anni ’80 a Napoli, per come li ho vissuti io, senza pretendere siano stati vissuti così anche dagli altri. Era certo un’altra città, più creativa e randagia, vera. Io ho vissuto soprattutto la periferia, con le sue gallerie di personaggi, le sue piazze, ma il centro era lo stesso.

La creatività che percepivamo era in luoghi precisi, appannaggio di resistenze feconde, piene di curiosità e idee che oggi se le sognano, ma un po’ isolate e sotterranee. Almeno questo è il mio ricordo.

Diverso il discorso per quanto riguarda i grandi nomi. Penso a Warhol, portato qui da Lucio Amelio, Maradona, condottovi da Totonno Iuliano (che sembra stia anche lui poco bene), poi ai nostri Pino Daniele e Massimo Troisi.

Questi erano già altrove: dopo gli esordi fumiganti, appena raggiunto il successo, erano andati via da Napoli (che pure era una città a suo modo potente, con banche e potere politico che non ha più). Maradona, al contrario, ci veniva.

E il napoletano Maradona, come lo aveva definito Di Marzio, venendovi, ritrovava sé stesso. Cioè, non si perdeva, qui, a differenza di quanto fa credere Kapadia’, ma si ritrovava, ritrovava i suoi fantasmi, le sue ossessioni, i suoi vizi (che però preesistevano a Napoli) e vi si immergeva. Si perdeva, semmai, in sé stesso.

Capitava in quella città, rischiosa ancorché, come detto sopra, feconda. Anzi, feconda perchè rischiosa. Permettemi di dire qualcosa che non trovate nei giornaletti – affanculo l’umiltà, per una volta: chi resta non sempre si accomoda.

Chi resta rischia. Non ci credete, voi migrati nella Mittel Europa, voi che siete andati a Milano, a Roma (come “sulo ‘e strunz”, cit.)? Chiedetelo a Roberto De Simone. Uno che se fosse stato americano, sarebbe celebrato e avrebbe la villa a Hollywood, qui è costretto a chiedere la legge Bacchelli.

Per uno che ha tenuto Napoli allo stesso tavolo delle grandi capitali europee, che ha promosso solo arte, bellezza e civiltà, dovrebbe intervenire la città. E il sindaco, ci fosse un sindaco.


Mario Colella
Mario Colella
Garibaldino

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