28.2 C
Rome
giovedì 2 Settembre 2021
SportIl 5-5-5 di Oronzo Canà, la gabbia di Orrico e il maestro...

Il 5-5-5 di Oronzo Canà, la gabbia di Orrico e il maestro Giampaolo

Si dice sempre che il calcio non è una scienza esatta ma siamo sicuri? Giampaolo, Oronzo Canà, Orrico e altri maestri della panchina hanno provato a smentire quest’affermazione.

Dagli albori del calcio a Giampaolo, Oronzo Canà e Orrico.

All’inizio il calcio non aveva regole codificate e valide per tutti. Chiunque venisse in possesso della palla iniziava un’azione individuale muovendosi in direzione della porta avversaria finché le forze sorreggevano, o non finiva trebbiato da un avversario.

In questa prima forma di calcio, gli undici giocatori si disponevano alla rinfusa e soltanto il portiere aveva una sua specifica caratterizzazione. Parliamo degli albori del calcio ma ancora oggi in alcuni campionati europei, Scozia, Irlanda del Nord, Isole Far Oer vediamo qualcosa di simile.

L’evoluzione di questo “metodo” è il cholismo dell’Atletico Madrid.

In seguito la Football Association definì alcune regole fondamentali per distinguere il “giuoco” del calcio dal rugby. Per cui davanti al portiere si disponevano 2 difensori e gli altri 8 giocatori era proiettati all’attacco.

Per me la squadra si può leggere anche partendo dalla fascia destra arrivando alla sinistra: che ne dice se giochiamo con il 2-7-2? Siamo in 12? No, io il portiere lo conto in quei 7 in mezzo al campo. Per me l’attaccante è il primo difensore e il portiere il primo attaccante.

(Thiago Motta ex allenatore Genoa alla Gazzetta dello Sport 22 ottobre 2019)

Il 2-7-2 di Thiago Motta

 

Tutte le formule portano allo 0-0

Per utilizzare le formule in voga nel calcio moderno dovremmo parlare di un 1-1-8, utilizzato più che altro dagli scozzesi a cui si contrapponeva la scuola inglese con un 2-2-6. Quando le due squadre, Scozia e Inghilterra si affrontarono a livello di Nazionali, il 30 novembre del 1872, nonostante questi schemi ultra offensivi, fini 0-0.

Il calcio veniva definito kick and run, calcia e corri. Il gioco era assolutamente spontaneo, frutto dell’abilità o inventiva dei singoli. Non c’era nessun collegamento fra i diversi reparti. I difensori rilanciavano il pallone il più lontano possibile, senza prendere nemmeno in considerazione l’idea di mettere in azione i propri attaccanti.

Negli anni si svilupparono diversi schemi, più o meno offensivi, fino ad arrivare ai giorni nostri. Ma dietro ogni schema, dietro ogni tattica, c’è una filosofia, c’è un uomo, con la sua storia. Una storia che spesso trascende le questioni di campo.

Ecco dunque la nascita di fenomeni popolari più che sportivi, come ad esempio  vicende legate a personaggi come Giampaolo, Oronzo Canà, Orrico e…abbiamo detto Oronzo Canà? Volevamo dire Oronzo Pugliese…

[wp_ad_camp_2]

Oronzo Pugliese da Turi.

Come calciatore Oronzo Pugliese non si distinse ma come allenatore divenne un autentico mito. Iniziò a Lentini e come retribuzione prendeva, il 27 di ogni mese, una cesta di arance siciliane. Impulsivo e focoso dimostrò presto una grande capacità di caricare i suoi giocatori. Di lui Brera disse che era un mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia.

La sua tattica di gioco era questa: Tu ti stai, io mi sto, tu me la chiedi, io non te la do. Tatticamente non inventò assolutamente nulla. Le sue squadre erano grinta, corsa, agonismo e cuore. Il suo era un calcio preistorico.

L’evoluzione del calcia e corri. I suoi ragazzi li chiamava picciotti e per non farsi mancare nulla spargeva il sale accanto alla panchina ed un po’ dietro la porta degli avversari. Il suo capolavoro fu la vittoria del Foggia contro la Grande Inter di Herrera nel campionato 1964/65.

Giornalista: Come ci si sente ad avere avuto al meglio sulla psicologia di Herrera?

Oronzo Pugliese: La filosofia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri.

Personaggio incredibile su di lui si sprecano gli aneddoti. Pare che in un cinema prese a schiaffi un uomo perché fumava. L’aveva scambiato per il suo centravanti titolare. Parlava spesso in dialetto pugliese e risultava incomprensibile per i suoi giocatori.

Durante le interviste cercava di parlare in italiano sfoderando perle di questo tipo: Undici gambe abbiamo noi, undici gambe hanno loro. Ispirò il personaggio cinematografico di Oronzo Canà, interpretato da Lino Banfi, protagonista del film L’allenatore nel pallone e del suo sequel “L’allenatore del pallone 2”.

Oronzo Pugliese e gli stranieri

 

Oronzo Canà spiega la bi-zona

Il personaggio di Banfi, al contrario di Oronzo Pugliese, aveva un suo credo tattico:

Voi sapete che le norme generali di tutti gli allenatori del mondo più o meno usano tutti le stesse formazioni, c’è il 4-5-1 o il 4-4-2. Io invece uso una cosa diversa: il 5-5-5.

Mentre i cinque della difesa vanno avanti, i cinque attaccanti retrocedono, e così viceversa. Allora la gente pensa: «Ma quelli che c’hanno cinque giocatori in più?»

Invece no, perché mentre i cinque vanno avanti, gli altri cinque vanno indietro, e durante questa confusione generale le squadre avversario si diranno: «Ah! Ah! Che cosa sta succedendo?». E non ci capiscono niente.

Oronzo Canà: Picchio De Sisti

 

Corrado Orrico

Estate del 1991 e Corrado Orrico da Volpara diventa allenatore dell’Inter. Si porta dietro la pesante nomea di Santone. Il suo calcio è difesa solida e spettacolo. Il problema che questo spettacolo l’hanno visto soltanto nelle serie minori: Sarzana, Massa, Carrara, Udine e Lucca. Vorrebbe essere la risposta interista al sacchismo.

Il presidente dei nerazzurri, Ernesto Pellegrini, è disposto ad accontentarlo in tutto e per tutto e Orrico in effetti una richiesta ce l’ha, una sola.

Per portare qui il mio calcio ho bisogno di una cosa, disse. Ho bisogno di una gabbia.

E la gabbia venne costruita in una settimana. Pare sia costata 300 milioni del vecchio conio. Sempre Orrico:

La gabbia serve a tante cose: ad affinare la tecnica, a sviluppare i riflessi, a velocizzare il gioco, a migliorare la condizione fisica perché si gioca senza un attimo di sosta e, a livello organico, è un impegno mica da ridere.

Orrico non inventa la gabbia. L’aveva semplicemente vista nelle spiagge livornesi quando era bambino. La sua visione fu quella di applicarla scientificamente al metodo di gioco. La squadra non è molto entusiasta della novità. In gabbia si sta chiusi, il pallone schizza come la pallina di un flipper, non c’è un attimo di pausa. Nella gabbia si fatica. E non poco.

[wp_ad_camp_2]

Dopo l’estate passata in gabbia finalmente si gioca. Il 1 settembre del 1991 al Meazza è di scena il Foggia di Zeman. La partita finisce 1-1. Vantaggio rossonero con Baiano e pareggio interista con Ciocci. In realtà il risultato del tabellino non rende l’idea. La partita fu spettacolare e ricca di capovolgimenti di fronte. Tiri e parate, tanti fraseggi, tutto collettivo e niente singoli. In quarantamila si godono uno spettacolo. Adriano Celentano, tifosissimo dell’Inter, l’avrebbe definita una partita rock.

Purtroppo per Orrico questo inizio coincide con l’inizio del declino. La squadra non digerisce la zona. Vince a Roma contro la Roma, rigore di Mattheus al 90′, e in casa col Verona. Ma poi comincia la serie di sconfitte e pareggi fino al crollo contro l’Atalanta a Bergamo, il Maestro di Volpara saluta tutti e se ne va.

A fine partita Amedeo Goria gli porge il microfono della Rai: In fondo sono i calciatori che vanno in campo. Non pensa che le colpe siano di tutti?. E lui, con quella dignità da uomo vero, da “operaio specializzato” dell’arte pedatoria: Ringrazio tutti, i giocatori e il Presidente. Purtroppo ho fallito. Se me ne vado vuol dire che la colpa è solo mia.

È il 19 gennaio 1992. L’Inter di Orrico passa in archivio. Con un titolo del Guerin sportivo che riassume tutta l’esperienza: Gabbia di matti.

La gabbia resistette ad Appiano fino al 2002. Mancini la fece trasformare in un campo coperto. Qualche mese prima, una gabbia, divenne la protagonista di uno spot della Nike dove grandi campioni si sfidavano, al suo interno, in una partita veloce e senza sosta, L’idea Orricchiana trasformata in una campagna pubblicitaria.

Corrado Orrico, allenatore del Gavorrano

 

Marco Giampaolo, detto “Il Maestro”.

Di gavetta Giampaolo ne ha fatta, questo è fuori discussione. Non è il caso di un allenatore catapultato a grandi livelli senza aver allenato neppure un minuto. Ogni riferimento è puramente voluto.

Giampaolo è un allenatore che ha mangiato polvere. Che ha conosciuto l’istituto dell’esonero praticamente ovunque. Che, da allenatore del Brescia, ha rischiato di finire nelle trasmissione di Federica Sciarelli, “Chi l’ha visto”.

Un allenatore che non ha combinato praticamente nulla di significativo e si è ritrovato ad allenare il Milan.

Nel calcio di Giampaolo di tattico c’è ben poco. Di innovativo nulla oppure ancora non siamo riusciti a scoprirlo. Uno di quegli allenatori che quando arriva su di una piazza nuova dice: Ho bisogno di tempo. Ma il tempo non c’è quasi mai e allora quasi mai riesce a finire una stagione.

Giampaolo è un miraggio collettivo di buona stampa sportiva italiana, senza alcun motivo viene eletto a modello di non si capisce cosa. Gioca un calcio con una fase di attacco prevedibile ed una fase difensiva che fa acqua da tutte le parti.

Non è un motivatore, anzi ha l’aria perenne da looser. Sembra Droopy ma senza averne la verve dialettica.

L’impatto di Giampaolo al Milan

Esordio a Udine: sconfitta ed il record europeo di essere stata l’unica squadra, dei campionati principali, a non aver mai tirato in porta. Nel derby sconfitta con un inglese 0-2. Gli avversari segnano 2 goal, se ne vedono annullato 1, e colpiscono 3 pali. Un calvario continuo, la squadra non trova ne identità e neppure la pugna necessaria per superare gli ostacoli.

Il Milan vince, in maniera rocambolesca a Genova, ma il tecnico viene esonerato. Giampaolo, al contrario di Pugliese ed Orrico, non ha nulla che possa accendere la curiosità degli appassionati di calcio. Non è antipatia personale, ci mancherebbe, ma appare più come un grigio burocrate dell’arte pedatoria che gode di una critica inversamente proporzionale ai risultati ottenuti.

Giampaolo è un prodotto dell’informazione sportiva, il protagonista di una narrazione fantasiosa. Di una narrazione non suffragata dai risultati. Un allenatore senza poesia.  Al contrario di quello che dovrebbe essere il calcio, anche nell’anarchia tattica che era il marchio di fabbrica dei pionieri del football.

Ovviamente ora ci smentirà realizzando l’impresa della vita alla guida del Torino. E glielo auguriamo vivamente.

Giampaolo confuso nel post partita Genoa Milan

 

 

 

[wp_ad_camp_5]


Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli