Franco Battiato, cinque anni dopo: l’ultimo artista incompatibile col nostro tempo

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Cinque anni dopo la morte di Franco Battiato resta il vuoto lasciato da un artista irripetibile: mistico e ironico, popolare e colto, capace di trasformare la musica italiana in un viaggio tra spiritualità, inquietudine e critica del presente.

Franco Battiato, cinque anni dopo: il mistico che ci insegnò a dubitare anche della spiritualità

Il 18 maggio 2021 moriva nella sua casa di Milo, alle pendici dell’Etna, Franco Battiato. Aveva 76 anni. Sono passati cinque anni e, come spesso accade con gli artisti veri, la sua assenza non si è trasformata in commemorazione innocua ma in una specie di domanda permanente. Perché Battiato non era soltanto un musicista. Era uno di quei rarissimi personaggi capaci di insinuare il dubbio persino dentro le certezze di chi lo ascoltava distrattamente in automobile, magari aspettando il ritornello di “Centro di gravità permanente” senza accorgersi di stare ballando sopra testi che parlavano di reincarnazione, impermanenza, ascesi e decadenza spirituale.

Ed è forse questo il piccolo miracolo battiatiano: essere riuscito a portare Gurdjieff, il sufismo, René Guénon, le Upanishad e il pensiero esoterico dentro il pop italiano senza trasformarsi in un santone da fiera new age o in un professore universitario travestito da cantautore. Operazione quasi impossibile. In Italia basta citare un mistico persiano e nel giro di dieci minuti qualcuno apre un agriturismo o fonda un podcast motivazionale.

Battiato invece no. Conservava sempre qualcosa di ironico, distante, persino scettico verso la propria ricerca. Era l’Osho degli scettici, appunto. Uno che sembrava aver intravisto qualcosa ma senza mai assumere il tono insopportabile dell’illuminato da social network. Anzi, nelle sue opere più profonde c’era spesso una malinconia sotterranea, quasi la consapevolezza che la conoscenza autentica non conduca necessariamente alla serenità ma a una forma più sofisticata di inquietudine.

Il cantore del passaggio e dell’assenza

Ascoltare oggi certi lavori di Battiato significa rendersi conto di quanto fosse anomalo dentro il panorama culturale italiano. “La cura” è stata ridotta per anni a colonna sonora da matrimonio civile, dimenticando che dentro quel brano si muove qualcosa di molto più ambiguo e quasi metafisico, una promessa impossibile pronunciata da qualcuno che sa già che la fragilità umana non può essere realmente guarita.

E poi c’era il Battiato più ostico, quello di Gilgamesh, probabilmente il suo lavoro più ambizioso e meno compreso. Un’opera che affronta i temi fondamentali della civiltà umana: il rapporto col divino, l’immortalità, l’amicizia, il desiderio di conoscenza. In “Solo”, uno dei momenti più ipnotici dell’opera, Battiato sembra quasi dissolversi dentro suoni, sospiri, sillabe incomprensibili, come se il linguaggio tradizionale non bastasse più.

Ed è qui che emerge una caratteristica fondamentale della sua arte: Battiato non cercava di spiegare il mistero. Cercava di abitarlo. In un’epoca ossessionata dalla semplificazione continua, dalla spiegazione immediata e dalla divulgazione compulsiva, Battiato difendeva il diritto all’opacità, alla contemplazione, perfino all’incomprensione. Aveva capito che non tutto deve essere tradotto in slogan, tutorial o contenuto instagrammabile.

Un artista incompatibile col presente

Forse è anche per questo che oggi manca così tanto. Non soltanto per le sue canzoni, ma per il tipo umano che rappresentava. Un intellettuale popolare senza populismo. Un uomo coltissimo senza esibizionismo accademico. Uno capace di passare da Stockhausen a Giuni Russo, da Manlio Sgalambro alla musica leggera, mantenendo sempre una specie di leggerezza metafisica tutta siciliana.

Battiato aveva intuito molto prima di altri la deriva antropologica dell’Occidente contemporaneo. “Povera patria”, nel 1991, fotografava già un Paese devastato dal cinismo politico e dalla mediocrità culturale: “Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni”. Verso che oggi suona quasi moderato rispetto allo spettacolo permanente della politica contemporanea, dove leader e influencer istituzionali sembrano gareggiare ogni giorno per conquistare il titolo di caricatura definitiva della democrazia occidentale.

Eppure Battiato non era un moralista. Non c’era odio nel suo sguardo. Semmai una forma di disincanto elegante. Continuava a scavare, senza mai fingere di aver trovato davvero qualcosa. Ed è forse proprio questa onestà spirituale che lo rende ancora così necessario.

Perché in fondo Battiato ci ricordava una cosa semplicissima e oggi quasi scandalosa: che siamo di passaggio. E che forse il problema non è la morte, ma il fatto che abbiamo smesso di stupirci della vita.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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