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Esistono canzoni spalancate sull’infinito, altre immerse nel quotidiano, alcune intrise di poesia e altre ancora cucite coi nostri nervi: Somebody up there likes you è la canzone necessaria dei Simple Minds.
Somebody up there likes you, i Simple Minds della ‘dance futurista per intellettuali’
Oggi dici “Simple Minds” e pensi a qualcosa di pomposo, inutile, anche irritante. Eppure questa fu una grande band, almeno fino a “New Gold Dream” (ma io considero un buon livello anche quello del successivo “Sparkle in the rain“, 1984).
“Menti semplici”, per modo di dire, perché negli anni della new wave incarnarono la proposta “pop” più complessa, raffinata, ricca, ereditando il Bowie della trilogia di Berlino (ma anche, perlomeno in “New Gold”, con una latente vena progressive e perfino fusion, penso alla intro di “Hunter & the Huntend“, ad opera di tale Herbie Hancock), concorrendo con gli Ultravox nel coniare una lingua generazionale per il post punk, incorporando crautità e funk, esprimendo il cuore pulsante delle metropoli con synth, ritmiche ossessive, il canto epico, ma anche soul per certi versi, di Jim Kerr.
Il suono di un momento storico ben definito, dove il riflusso produce una introspezione che però non è chiusura assoluta in sé ma apertura alla notte, al mistero della città, al suo lato minaccioso come quello onirico.
Avrebbero potuto avere una evoluzione come quella dei Talk Talk e di Mark Hollis, calarsi nelle profondità del cuore spingendosi ai margini del silenzio, del vuoto, del misticismo, immortalando il loro nome accanto a quello dei Robert Wyatt, dei Miles Davis, di Van Morrison e Brian Eno. Scelsero gli stadi, l’esteriorità, e trovarono l’oblio.
Ma quanto erano belli e fighi qui! E quanto ci fa ancora muovere le parti basse la loro “dance futurista per intellettuali”, come con sarcasmo fu scritto da qualcuno in quegli anni tutto sommato assai strani.
Ascoltare “Somebody up there likes you” per credere.
Simple minds – Somebody up there likes you [1982]
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