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giovedì, Giugno 30, 2022

La dimensione borghese del Napoli e la passione triste

Credo sia la prima volta, dopo anni, che il Napoli mi appare come una passione triste, non per i risultati, che magari non sono del tutto esaltanti – quest’anno, dicono tutti, lo scudetto era alla nostra portata – ma sono, per un altro verso, oggettivamente e difficilmente contestabili, per una società che non ha le possibilità di altre realtà.

Il Napoli e la passione triste

I tifosi spesso additano Aurelio De Laurentis per i mancati investimenti, io credo che il problema, riconducibile in parte ad ADL e in parte al famigerato “ambiente”, sia un altro.

Il Napoli oggi non ha narrazione. Che non vuol dire comunicazione: quella ce ne è a iosa e confonde, nasconde, è quasi sempre disonesta. Mi spiego meglio. Il Napoli di Mazzarri, con Cavani e Lavezzi, aveva un suo quid, una sua idea forte, così come quello dell’utopia di Benitez o di Sarri. Anche il Napoli dell’arrivo di Ancelotti aveva un senso.  Chissà, forse se si fosse andati avanti, magari con Ibra…

In ogni caso, oggi il Napoli non offre grandi stimoli, non accende gli animi, in ciò andando di pari passo con la città, che ha molte importanti energie, ma quotidianamente mortificate da un contesto politico e culturale deprimente.

Si, politica e cultura (elites e contorno di putribonda borghesia, compresa quella che permea ormai, sì, anche certi ambienti ultrà) a Napoli sono forze deprimenti, che uccidono ciò che di buono, faticosamente e forse confusamente, viene espresso dalla società.

Ma non è un fatto nuovo. Chissà, per quanto riguarda il Napoli, figure trainanti come quella di Ibra (o come un Mourinho: per me un colpaccio della Roma) avrebbero potuto produrre una svolta. Di fatto, oggi ADL sguazza in tutto ciò.

In passato il suo registro era di contrasto (eccessivo, fuori fuoco), ora mi pare sia immerso in questo andazzo, anzi ne sia, per quanto riguarda il calcio, un simbolo, l’espressione più compiuta, per mezzo di una comunicazione schizofrenica, arrogante e sopra le righe, priva ora del carattere innovativo, “americano”, che aveva fino a qualche anno fa.

Irrita o annoia, comprensibilmente, questo presepio, sistematicamente riproposto, di lui col figlio accanto. Di più: è quanto di più deprimente si sia visto da parecchi anni a questa parte a Napoli in ambito calcistico (e partono le bestemmie, se si pensa che al posto di Edo De Laurentiis al Milan c’è un Maldini).

Senza contare altre vistose figurelle come smentire fragorosamente un allenatore (che aveva dichiarato Koulibaly incedibile) dopo pochi giorni (il problema non è tanto e solo la cessione del giocatore).

Qui non si tratta di parteggiare per il tifo contro la società inadeguata oppure per l’imprenditore illuminato ma bizzarro contro il tifo beota, ognuno ha le sue enormi responsabilità nella fine di questa avventura (o nel suo graduale declino).

Per esempio, io non sono così convinto che se avessimo vinto la Conference ci saremmo eccitati come i romani. Ormai il pubblico, qui, ha una sua pretenziosità, si, borghesuccia.

Però, magari mi sbaglio, e – mi ripeto – un uomo come Mou avrebbe resuscitato quel tifo bambino, verace, popolare.

Del resto, Napoli è una città del sud e del mediterraneo, ha bisogno dell’elemento personalistico (Maradona, in piccolo Cavani, Lavezzi, Sarri, coi dovuti distinguo), e questo elemento carismatico, col capitano triste, i mister avvelenati e/o verbosi e il presidente istrione che ci siamo ritrovati, manca. Come il pane.

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Mario Colella
Mario Colella
Garibaldino

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