L’Italia fuori, il mondo dentro: il Mondiale che umilia l’arroganza eurocentrica

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Il Mondiale allargato sta demolendo il vecchio eurocentrismo calcistico. Capo Verde, Marocco e Congo fermano le grandi potenze, mentre l’Italia resta fuori. Non è un calo del livello: è il segno di un calcio ormai multipolare, dove il blasone conta meno dei risultati.

L’Illusione eurocentrica e il nuovo ordine mondiale del calcio

C’è un cortocircuito logico che attraversa le pagine dei principali quotidiani sportivi italiani in queste ore. Da un lato si assiste al solito, stantio pianto greco sull’assenza dell’Italia, accompagnato da un insulto malcelato verso le federazioni minori che partecipano alla rassegna iridata. “È uno scandalo che ci sia Curaçao e non l’Italia“, si legge tra le righe di chi scambia l’albo d’oro per un passaporto diplomatico a validità illimitata.

​Dall’altro lato, i rettangoli di gioco in Nord America e Messico stanno restituendo risultati che la critica nostrana liquida frettolosamente come “sorprese”, ma che in realtà sono i sintomi macroscopici di una transizione strutturale profonda.

Se si guarda al calcio con le stesse lenti deformanti della vecchia geopolitica unipolare, si finisce per non capire il presente. La spocchia occidentale che declassa ogni pareggio di una big a “crisi d’identità” o a “Mondiale dal livello qualitativo impoverito” è l’equivalente sportivo del rifiuto di vedere l’ascesa del multipolarismo globale.

La crisi del diritto di blasone

Il peccato originale del giornalismo sportivo eurocentrico risiede nella pretesa del blasone. Si postula l’idea che l’Italia debba essere al Mondiale “perché è l’Italia”, dimenticando l’unico dettaglio che conta: le qualificazioni si giocano segnando gol, non esibendo le stelle sulla maglia. Curaçao, la piccola isola caraibica guidata da Dick Advocaat, ha strappato il suo pass vincendo sul campo nella zona CONCACAF. L’Italia ha fallito il suo percorso. Gridare allo scandalo per la presenza dei primi e l’assenza dei secondi è puro paternalismo culturale.

Il campo, del resto, sta già ridicolizzando questa presunta gerarchia divisa tra “nobili” e “imbucati”:

• L’impresa di Capo Verde: ad Atlanta, la Spagna campione d’Europa in carica, indicata come una delle favorite assolute del torneo, si è infranta contro l’organizzazione perfetta degli Squali Blu. Uno 0-0 blindato dalle parate del quarantenne Vozinha.
• Il fattore Marocco: il pareggio per 1-1 tra Brasile e Marocco non è che la conferma della semifinale mondiale conquistata dai leoni dell’Atlante nel 2022. La squadra di Ancelotti ha dovuto sudare per rimontare il gol iniziale di Saibari.
• ​La solidità del Congo: a Houston, il Portogallo di Cristiano Ronaldo è stato bloccato sull’1-1 dalla Repubblica Democratica del Congo, capace di rispondere colpo su colpo con la rete di Yoane Wissa.

Cosa c’è dietro questo livellamento? Non un abbassamento del vertice, ma una drastica accelerazione della base. La globalizzazione del calcio ha seguito traiettorie simili a quelle delle catene di approvvigionamento industriali: le competenze non sono più un monopolio territoriale.

I calciatori delle nazioni un tempo definite “esotiche” militano stabilmente nei massimi campionati europei, crescono nei migliori settori giovanili e assimilano i medesimi standard tattici e atletici. Quando queste selezioni si radunano, non mettono più in campo l’ingenuità tattica degli anni Ottanta o Novanta; schierano blocchi difensivi moderni, transizioni feroci e atleti capaci di reggere i 90 minuti contro chiunque.

Il nuovo formato e la fine dei monopoli

L’allargamento del Mondiale a 48 squadre è stato accolto in Europa con una levata di scudi quasi aristocratica. L’argomento cardine era la difesa dell'”eccellenza”. La realtà che sta emergendo in questa prima settimana è opposta: l’estensione del torneo ha semplicemente rimosso i vecchi filtri di protezione che permettevano alle grandi potenze storiche di gestire le qualificazioni con il pilota automatico.

Il parallelo con le dinamiche dei blocchi geopolitici è evidente. Così come il G7 fatica a metabolizzare un mondo in cui le decisioni strategiche passano inevitabilmente per il posizionamento del Sud globale e dei paesi emergenti, allo stesso modo le storiche potenze del calcio non accettano che il baricentro si stia spostando fuori dai confini di UEFA e CONMEBOL.

Continuare a lamentarsi del “basso livello” mentre si guarda il Mondiale dal divano di casa non è solo una consolazione da bar: è l’incapacità culturale di accettare che la storia si è rimessa in movimento, anche su un campo di calcio.

 

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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