L’interista esistenzialista, al Franchi come all’Azteca nel 70, va là esageriamo!

Fiorentina-Inter finisce 3-4, un risultato che non si vede spessissimo sui campi di calcio. E che rievoca imprese d’altri tempi, di battaglie di campo a viso aperto, di rutilanti rovesci ed esaltanti rimonte. Riporta i ricordi di chi l’ha vissuta ma anche a chi no, quel Germania-Italia semifinale della Coppa del Mondo 1970 in Messico.

Al Franchi come all’Azteca nel 70

All’Azteca c’é ancora una targa che ricorda quell’incredibile match. Non andate a rivederlo però, né rimarreste delusi: per i primi novanta minuti a parte i due gol che conclusero i primi novanta minuti, poco dopo l’inizio della partita l’Italia con Boninsegna e a ridosso del novantesimo il pareggio tedesco con Schnellinger, accadde praticamente nulla.

Le immagini sbiadite in bianco e nero di quei primi novanta raccontano di due squadre guardinghe e coperte impegnate in una infinita rete di passaggi a ritmo bassissimo con sporadiche conclusioni a rete, spesso dalla lunga distanza, sbilenche.

Il differito spettatore constaterebbe che già dal ventesimo del secondo tempo il ménage in campo é praticamente un’agonia, con la Germania impegnata alla sterile ricerca di un pertugio utile cui infilarsi nel muro italiano e l’Italia – appunto – a fare il muro, secondo la moda dell’epoca, un sano ed inossidabile catenaccio.

Il caldo, l’aria rarefatta dell’altura di Città del Messico avevano trasformato le squadre in due pugili stremati che indugiano nel clinch incapaci di portare colpi alla figura e alla sola ricerca del colpo del KO. Non ci fosse stato il pareggio di Schnellinger di quella semifinale non si ricorderebbe nessuno, se non per l’epilogo di uno dei più forti Brasile mai visti in azione nell’epoca delle trasmissioni tv via satellite.

I cinque gol dei supplementari vennero da giocate concluse con palloni ciccati, lisciati, superanti la luna di porta col minimo abbrivio, con portieri già a terra svenuti per il caldo e la fatica. Lasciate perdere, volete mettere un 3-4 iniziato al primo minuto e risolto col settimo e decisivo gol ben oltre il novantesimo? Certo, é facile prevedere che per Fiorentina-Inter non sarà incisa nessuna targa, ma chi l’ha vista la ricorderà a lungo, siano fiorentini o interisti.

Il buon Brera obbietterebbe licenziando l’andamento dell’incontro come condotto da incapaci mestieranti, ma se stessimo al suo concetto di squadra “perfetta”, le partite tra due squadre con siffatta caratteristica finirebbero immancabilmente con il pareggio a reti bianche, come lo stesso Gioanin ha teorizzato. Sai che palle. Vuoi mettere la perfetta imperfezione di due squadre che se le danno di santa ragione?

Poi lascia stare che una di questa ritenga giá al quindicesimo minuto di avere regolato la pratica con due gol di vantaggio e a quel punto decida di mettere fuori il cartello “torno subito”. Per poi toglierlo quando quegli altri ne fanno due pure loro. E successivamente non avendo ben decodificato il passaggio precedente, rimette il cartello dopo essere ritornato in vantaggio. Salvo poi toglierlo di nuovo, manco fosse un entra ed esci da un esercizio commerciale quando quelli, dagli e dagli, pareggiano di nuovo.

Se poi mentre i tifosi di entrambe le squadre sono già nelle loro auto in tangenziale per tornare a casa, gli ospiti segnano il gol decisivo con il difensore dei perdenti che decide di far carambolare la palla sul pur piccolo piede di un armeno, ecco che lo spettacolo é bello che servito: Fiorentina-Inter finisce 3-4 e nessun regista poteva scrivere trama più avvincente, mozzafiato dal finale così thriller.

Nessuno tranne il portiere della Fiore, Terracciano, che qualche sospetto doveva pure avercelo se é vero che al 95esimo tratteneva per un imprecisato numero di secondi un pallone abbrancato in facilitá, ritenendo che giá il pareggio fosse grasso colante. Agli ignari compagni del povero Terracciano quegli spiccioli di tempo devono essere sembrati un inutile, perniciosa perdita di tempo al punto di indirizzargli i peggiori improperi.

Si, perché quelli “sentivano” che l’avrebbero vinta, quella maledetta partita, ma il sentore era sballato, col sennò di poi. Gli avessero dato retta! I portieri sono creature con poteri speciali che vedono il campo nella sua interezza, difesa centrocampo e attacco.

Ad ascoltarlo, i suoi colleghi – vedi a volte la presupponenza – quel gol magari non lo prendevano. Ma poi ragionate, perbacco: se l’allenatore avverso fino al sessantesimo vi aveva concesso la superiorità numerica rinunciando ad un attaccante che pure era in campo, non avreste dovuto realizzare che una volta entrato un attaccante con presenza tutt’altro che scenica, il lancio dei dadi sarebbe risultato truccato?

In un colpo solo l’Inter vince su un campo difficilissimo contro una delle poche squadre capaci, nella stagione in corso, di imballare il motore del Napoli e costringerlo allo zero zero, fa passi di gigante verso la zona Champions League agganciando l’Udinese a 21 punti, si mette a distanza di un punto dalla Roma e tre da Lazio ed Atalanta.

Non é il caso di guardare oltre, il primo posto del Napoli é lontano, ad otto punti dopo avere battuto la Roma in una partita equilibrata ma che inevitabilmente ha premiato la squadra che poteva contare su individualità più spiccate. Al secondo posto resta il Milan, che ha regolato in agevolezza il Monza, bello solo dalla cintola in su: un Rocco Siffredi a metà e per di più, della metà sbagliata.

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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