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Il Mondiale 2026 tra Trump e Infantino richiama i fantasmi di Argentina ’78. Milei,l’amico di Trump, il cappellino Usa di Infantino, chiude il cerchio geopolitico del torneo più compromesso di sempre.
Il Mondiale del compromesso: quando l’arbitro veste la maglia di chi comanda
L”immagine scattata a Washington lo scorso febbraio, vale più di mille editoriali sull’indipendenza del calcio mondiale: Gianni Infantino con un cappellino a stelle e strisce calato in testa, e alle sue spalle, sorridente, il presidente argentino Javier Milei. Non è un fotogramma isolato: è la sintesi perfetta di un Mondiale 2026 che si sta rivelando, episodio dopo episodio, come una delle edizioni più compromesse nella storia della manifestazione — con buona pace di chi pensava che il fondo fosse già stato toccato in Corea nel 2002 o, peggio ancora, in Argentina nel 1978.
Perché è proprio dal 1978 che conviene ripartire per capire cosa sta succedendo oggi. Quel Mondiale, organizzato dalla giunta militare di Videla, passò alla storia per la partita Argentina-Perù, ribattezzata sarcasticamente “la marmellata peruviana”: agli argentini serviva una vittoria con quattro gol di scarto per eliminare il Brasile, e la ottennero con un rotondo 6-0, non prima che lo stesso Videla entrasse negli spogliatoi peruviani insieme all’allora segretario di Stato americano Henry Kissinger.
Alcuni giocatori del Perù parlarono, anni dopo, di pressioni e denaro. Chi oggi si scandalizza per il presunto favore arbitrale concesso all’Argentina di Messi farebbe bene a ricordare che la nazionale albiceleste ha già vinto un Mondiale truccato sotto una dittatura, con la complicità implicita della diplomazia statunitense. La storia, apparentemente, ama le rime.
Dal caso Balogun al giallo Letexier: la stessa regia, volti diversi
Il preludio di questa edizione lo conosciamo già: la sospensione lampo della squalifica del centravanti statunitense Folarin Balogun, decisa dalla Fifa poche ore prima dell’ottavo di finale contro il Belgio, dopo una telefonata — confermata dallo stesso Trump — in cui il presidente americano chiedeva esplicitamente a Infantino di “rimediare a un’ingiustizia”. Trump, che secondo fonti citate dai media argentini ha ammesso candidamente di non sapere come funzionasse un cartellino rosso, ha ottenuto comunque quello che voleva: il suo giocatore in campo, la Uefa infuriata, il Belgio a fare ricorso.
Ma se il caso Balogun riguardava direttamente il Paese ospitante, quello esploso il 7 luglio contro l’Egitto tocca un nervo persino più scoperto, perché coinvolge proprio l’Argentina di Milei, l’uomo del cappellino a stelle e strisce. Negli ottavi di finale contro i Faraoni, sotto di due gol fino al 78′, l’Albiceleste ha completato una rimonta clamorosa vincendo 3-2, ma il post-partita è stato dominato dalla rabbia egiziana: l’arbitro francese François Letexier ha annullato al Var un gol del possibile 2-0 di Mostafa Ziko per un fallo precedente, e non ha concesso un rigore su Mohamed Salah proprio nell’azione che ha originato la rimonta argentina. Il commissario tecnico Hossam Hassan ha parlato senza mezzi termini di “partita truccata”, chiedendosi platealmente se qualcuno volesse tenere in corsa i campioni del mondo in carica; la federazione egiziana ha presentato reclamo ufficiale alla Fifa chiedendo l’esclusione di Letexier dal torneo. Aggiungeteci il trattamento riservato all’Iran — ingressi negati allo staff, ritiro dirottato in Messico, il presidente federale bloccato in aeroporto a Toronto — e la sequenza smette di sembrare una collezione di coincidenze per assumere i contorni di un pattern.
L’amicizia che vale più di un trofeo
Il filo che lega tutti questi episodi ha un nome e un cognome, ed è la relazione ormai apertamente esibita tra Infantino e Trump: uffici Fifa aperti nella Trump Tower di New York, il primo Fifa Peace Prize consegnato al tycoon a dicembre, la figlia Ivanka inserita nel board di un progetto educativo da 100 milioni di dollari finanziato in parte con i biglietti del Mondiale, e il piano — tutto da confermare nei dettagli protocollari — che vorrebbe proprio Trump a consegnare la Coppa del Mondo il 19 luglio al MetLife Stadium.
Un’intimità che secondo diversi analisti ha reso la Fifa non più arbitro imparziale del calcio globale, ma succursale sportiva di un’amministrazione che tratta il pallone come ulteriore terreno di proiezione geopolitica. Che poi a beneficiarne, di volta in volta, sia la squadra di casa o quella del leader più allineato con Washington — l’Argentina di Milei, alfiere sudamericano del trumpismo — cambia relativamente poco nella sostanza. Cambia, semmai, la sfacciataggine con cui tutto questo avviene oggi, alla luce del sole e degli smartphone di milioni di tifosi, rispetto alla penombra degli spogliatoi di Buenos Aires nel 1978

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