www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
La legge cinese sull’unità etnica viene liquidata come “razziale” dai media occiudentali, senza analisi e, probabilmente, senza essere stata neppure letta. Dietro slogan e allarmi, ci sono investimenti reali su sviluppo, istruzione e servizi nelle regioni etniche, ma anche un articolo 63 dalla portata extraterritoriale che merita un esame serio, non solo tifoseria.
La legge cinese sull’unità etnica va letta prima di condannarla
C’è un genere giornalistico che si scrive sempre allo stesso modo, indipendentemente dal contenuto reale del provvedimento: basta la parola “Cina” accostata a “etnia” perché scatti automaticamente il lessico da manuale distopico — leggi razziali, sinizzazione forzata, nuovo 1938. È esattamente ciò che è successo con la Legge sulla Promozione dell’Unità e del Progresso Etnico, approvata a marzo dall’Assemblea Nazionale del Popolo ed entrata in vigore il primo luglio 2026. Una parte consistente della stampa occidentale ha scelto la strada più comoda: titoli che parlano di “leggi razziali” e paragoni con il nazismo, costruiti prima ancora di aver aperto il testo del provvedimento, che nella sua articolazione effettiva dedica interi capitoli a infrastrutture, sviluppo industriale, accesso ai servizi pubblici e tutela ambientale nelle regioni a maggioranza di minoranze etniche.
Il dato concreto, quello che raramente compare nei titoli ma che dovrebbe essere il punto di partenza di qualunque analisi seria, è che le cinque regioni autonome cinesi con le maggiori concentrazioni di minoranze etniche — Mongolia Interna, Guangxi, Xizang, Ningxia e Xinjiang — hanno registrato tra il 2020 e il 2024 una crescita del PIL del 5,6% annuo, superiore alla media nazionale. Lo Xizang è stata la prima regione del Paese ad offrire quindici anni di istruzione pubblica gratuita, dalla materna alle superiori, un modello poi esteso ad alcune prefetture dello Xinjiang meridionale. Tutti i 420 distretti classificati come poveri nelle aree autonome etniche sono usciti dalla soglia di povertà assoluta entro il 2021. Sono numeri che raccontano una traiettoria di sviluppo materiale difficilmente equiparabile, nella sostanza economica, alle politiche di sterminio o segregazione evocate con tanta disinvoltura da certi editorialisti.
Il tallone d’Achille
Detto questo, e va detto con altrettanta onestà intellettuale, ridurre l’intera vicenda a un contrasto tra propaganda occidentale ignorante e sviluppo economico virtuoso sarebbe un’operazione altrettanto disonesta. Il provvedimento contiene un articolo, il 63, che estende la responsabilità legale a organizzazioni e individui ovunque nel mondo, senza requisiti di cittadinanza cinese né di presenza sul territorio, qualora vengano ritenuti responsabili di aver “minato l’unità etnica” del Paese.
È una clausola dalla portata extraterritoriale che nessun distretto uscito dalla povertà può rendere meno problematica, ed è proprio su questo punto che si concentrano le obiezioni più fondate, non i titoli sensazionalistici, ma il testo giuridico stesso, di governi, parlamenti e dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, preoccupato per l’impatto sulla libertà linguistica, religiosa e culturale delle minoranze.
Cosa cambia davvero sul terreno
Vale la pena guardare con onestà anche a ciò che il provvedimento promette concretamente. La legge vincola i governi centrali e locali a investimenti strutturali — non straordinari, ma permanenti — su infrastrutture, sviluppo industriale, accesso ai servizi pubblici e tutela ambientale nelle regioni a maggioranza di minoranze etniche.
È un cambio di paradigma rispetto al passato: da assistenza episodica a impegno istituzionale duraturo, come sottolineato dallo stesso deputato Chen Zhen, del gruppo etnico Dong. Se applicata come scritta, questa parte del testo consoliderebbe una traiettoria già visibile nei numeri: crescita economica superiore alla media nazionale, ampliamento dell’istruzione pubblica gratuita, uscita dalla povertà assoluta di centinaia di distretti storicamente marginali.
La legge, inoltre, vieta esplicitamente la discriminazione e la repressione nei confronti di qualunque gruppo etnico, e riconosce formalmente il diritto di studiare e usare le lingue delle minoranze accanto al cinese standard — un equilibrio, almeno sulla carta, tra coesione nazionale e pluralismo linguistico. Certo, la distanza tra il testo di una legge e la sua applicazione concreta è, in Cina come altrove, tutta da verificare sul campo. Ma liquidare aprioristicamente anche questa componente come pura facciata propagandistica significherebbe ripetere lo stesso errore di superficialità che si rimprovera a chi grida al genocidio senza aver letto una riga del provvedimento.
Il problema del giornalismo occidentale su questi temi, però, resta reale: la sciatteria con cui si scelgono paragoni storici enormi — leggi razziali, apartheid, dittatura — senza distinguere tra la retorica di sviluppo economico contenuta nel grosso del testo e una clausola specifica, l’articolo 63, che meriterebbe approfondimenti e verifiche: un “contrarianismo” automatico che sostituisce l’analisi con lo schieramento precostituito.
La verità, come spesso accade quando si parla di Cina, sta scomodamente nel mezzo: numeri di sviluppo reali e verificabili convivono con una clausola giuridica dalla portata potenzialmente preoccupante, e nessuna delle due cose cancella l’altra.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













