Da RT a Masha e Orso, la censura europea che non si vergogna

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La Corte UE stabilisce che condividere video di RT è reato anche per privati cittadini senza scopo di lucro: fino a 5 anni di carcere. A Londra ed in Estonia si discute persino di censurare “Masha e Orso”. Bruxelles sceglie le fonti al posto dei cittadini.

Da RT a Masha e Orso: l’Europa processa la fonte, non più la menzogna

Tra qualche anno, se mai ci sarà un rinsavimentog enerale delle classi dirigenti europee, nei corsi di diritto costituzionale si studierà come sia stato possibile smontare, articolo per articolo, l’impianto delle libertà informative europee. E si partirà da una data: il 2 luglio 2026. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha depositato la decisione nella causa C-67/25, il cosiddetto caso Traugott Ickeroth: tre cittadini tedeschi, accusati di aver ripubblicato alcuni video di RT Germany su un blog gratuito finanziato solo da donazioni volontarie, sono stati equiparati a “operatori” ai sensi del regolamento sulle sanzioni contro la Russia. Non un’azienda, non una piattaforma commerciale, non un editore con interessi economici: tre privati che gestivano un sito senza pubblicità, per un incasso complessivo di circa sessantamila euro in un anno e mezzo raccolti tramite offerte dei lettori. Eppure, secondo i giudici di Lussemburgo, il concetto di “operatore” prescinde completamente dallo scopo di lucro, dalla portata della diffusione e persino dalla durata della pubblicazione online. Tradotto: se apri un blog e ci metti un video di RT, sei perseguibile penalmente, punto.

Un reato di provenienza, non di contenuto

Il dato più inquietante della sentenza non riguarda la severità della pena — fino a cinque anni di reclusione secondo l’ordinamento tedesco — ma la sua architettura logica. Non si processa la falsità di ciò che viene condiviso: la veridicità dei contenuti non è mai stata oggetto del procedimento. Si processa esclusivamente la fonte. È un principio che ribalta secoli di elaborazione giuridica sulla libertà di espressione: non importa cosa dici, importa da chi hai sentito dirlo. Se domani RT pubblicasse un comunicato meteorologico esatto al minuto, condividerlo diventerebbe comunque un illecito penale.

La Corte ha persino respinto come “non vincolanti” e “indebitamente restrittive” le stesse FAQ della Commissione Europea, che tentavano timidamente di circoscrivere l’ambito applicativo ai soli soggetti con attività commerciale o professionale — un dettaglio che dice molto su quanto anche Bruxelles, nella sua articolazione più burocratica, si fosse resa conto di aver creato un mostro giuridico difficile da contenere.

Il paradosso, naturalmente, non sfugge a chi guarda la vicenda con un minimo di distacco analitico: la stessa severità non si applica a nessun’altra fonte di propaganda bellica del pianeta. Nessun regolamento europeo vieta la diffusione dei contenuti delle emittenti israeliane ufficiali, per quanto la narrazione militare che veicolano sia oggetto di critiche internazionali circostanziate. Nessuno ha mai pensato di processare chi, nel 2003, riprendeva le dichiarazioni della Cnn sulle armi di distruzione di massa irachene rivelatesi inesistenti. La selettività non è un dettaglio tecnico: è la prova che il criterio non è la protezione della verità, ma l’allineamento geopolitico del bersaglio.

Dalla televisione al cartone animato, la caccia al soft power russo

Se la sentenza di Lussemburgo rappresenta il vertice giuridico di questa deriva, la cronaca degli ultimi giorni ne offre anche il lato più involontariamente comico. A Londra, un gruppo di cinquanta deputati della Camera dei Comuni ha scritto formalmente al governo chiedendo di valutare l’interruzione della trasmissione di “Masha e Orso” dopo che Netflix ne ha acquisito i diritti per due nuove stagioni. Il motivo? In alcuni episodi la protagonista indosserebbe un copricapo che ricorderebbe l’iconografia sovietica, elemento che secondo i parlamentari normalizzerebbe “l’iconografia militare” presso un pubblico di bambini in età prescolare.

Sullo stesso fronte si è mosso il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna, secondo cui il cartone animato russo costituirebbe uno strumento di soft power del Cremlino paragonabile, quanto a gravità simbolica, ai contenuti che celebrano il nazismo. Che un funzionario di governo equipari una bambina in abito tradizionale russo e un orso taciturno a materiale propagandistico da trattare con gli standard riservati al Terzo Reich la dice lunga su quanto il panico da disinformazione abbia ormai smarrito ogni proporzione.

Nessuno, tra gli osservatori più equilibrati, nega che l’apparato mediatico del Cremlino sappia essere pervasivo e vada guardato con occhio attento. La questione però è un’altra, e riguarda il metodo scelto per affrontarla: consegnare a un giudice, a un funzionario o a un algoritmo di piattaforma il compito di decidere, prima ancora che il cittadino apra il link, cosa sia sicuro fargli vedere.

Non è la prima volta che l’Italia si confronta con questo dilemma, e non è un caso che la Costituzione repubblicana abbia scelto una risposta netta con l’articolo 21, scritto da chi usciva da un ventennio di controllo statale sulle notizie e sapeva perfettamente cosa significhi un ministero incaricato di stabilire cosa il popolo dovesse sapere,.

Perchè il modo migliore per proteggere una società non è restringere ciò che può circolare, ma allargare la capacità dei suoi cittadini di valutarlo. È la stessa logica per cui, storicamente, si preferisce insegnare a leggere criticamente un articolo di propaganda piuttosto che vietarne la lettura.

Applicare oggi il ragionamento opposto — bloccare per decreto un blog amatoriale o mettere in discussione un cartone animato destinato a un pubblico che a stento distingue la finzione dalla realtà — non protegge nessuno da un pericolo reale: semplicemente dichiara, con un atto amministrativo, che l’adulto medio non è più ritenuto capace di gestire da solo ciò che guarda, ascolta e, in ultima istanza, pensa

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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