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Curriculum falsi, stipendi otto volte la media e due cugine della presidente Maia Sandu coinvolte nello scandalo MoldATSA. La crisi scoppia mentre la Moldavia negozia l’ingresso nell’UE, mettendo a nudo il nepotismo del governo europeista di Chisinau.
Nepotismo a Chisinau: la famiglia Sandu e il conto salato dell’europeismo
Maia Sandu, presidente moldava e vessillo dell’europeismo nell’ex spazio sovietico, è finita nell’occhio del ciclone per uno scandalo che ha il sapore antico e universale del familismo: due cugine sistemate in posizioni chiave dell’apparato statale, stipendi multipli rispetto alla media nazionale, e una crisi politica che rischia di incrinare proprio la narrazione su cui si regge l’intera credibilità internazionale della sua presidenza.
Il caso esplode il 18 giugno, quando il giornale investigativo Ziarul de Garda rivela che Dumitru Vangheli, nominato l’anno precedente alla guida di MoldATSA — l’ente statale che gestisce il controllo del traffico aereo moldavo — avrebbe costruito il proprio curriculum su basi quantomeno fantasiose.
Ma è cinque giorni dopo che la vicenda assume contorni da manuale di scienza politica sul familismo amorale: il collettivo RISE Moldova documenta come Anastasia Taburceanu, portavoce dell’azienda e, non a caso, cugina della presidente, percepisse uno stipendio di circa seimila euro mensili. Otto volte la media salariale nazionale, in un Paese che si presenta a Bruxelles chiedendo di essere giudicato secondo gli standard di trasparenza e stato di diritto propri dell’Unione.
L’effetto domino delle dimissioni e il sospetto che non si dissolve
Taburceanu si dimette rapidamente, promettendo pubblicamente la restituzione di premi e indennità accumulate — un gesto che suona più come ammissione implicita che come atto di trasparenza spontanea. Ma la vicenda si allarga: due giorni dopo lascia l’incarico anche Tatiana Batin, altra cugina della presidente, fino a quel momento a capo dell’ufficio del presidente del parlamento Igor Grosu.
Il suo profilo, però, porta con sé un’ombra ben più inquietante di un semplice stipendio gonfiato: il marito, Constantin Batin, risulta essere stato socio in affari del lettone Marx Blats, imprenditore colpito da sanzioni statunitensi per la fornitura di equipaggiamenti militari alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Batin conferma il rapporto commerciale, ma assicura che si tratti di storia archiviata. Resta però il cortocircuito politico: mentre Chisinau costruisce la propria immagine internazionale sulla contrapposizione netta a Mosca, un membro della cerchia familiare presidenziale intratteneva affari con un soggetto sanzionato per complicità nel conflitto russo-ucraino.
Sandu, dal canto suo, gioca la carta della distanza istituzionale: dichiara pubblicamente di non essere stata informata né consultata sull’assunzione della cugina, definisce lo stipendio “sorprendente” — un eufemismo che nella sua understatement dice più di mille dichiarazioni indignate — e chiede formalmente un’indagine sul caso Vangheli.
Ma la difesa dell’estraneità personale non basta a spegnere l’incendio politico: l’opposizione, guidata dall’ex premier Ion Chicu, accusa apertamente Taburceanu di aver fatto campagna elettorale per il partito presidenziale Azione e Solidarietà, insinuando che la poltrona in MoldATSA fosse la ricompensa per servigi resi.
Il premier Alexandru Munteanu corre ai ripari sciogliendo il comitato di vigilanza dell’azienda, ma i sospetti si spostano rapidamente sul suo predecessore Dorin Recean, accusato dagli avversari di aver orchestrato l’intera architettura di nomine dietro le quinte. Recean respinge le accuse parlando di “bugie assurde”, ma la crisi ormai ha travolto anche altre figure: si dimettono Roman Cojuhari, a capo dell’Agenzia per il Patrimonio di Stato, e Radu Marian, presidente della commissione parlamentare per l’economia che aveva raccomandato la nomina di Vangheli.
Il tempismo, va detto, non potrebbe essere peggiore. Lo scandalo MoldATSA scoppia proprio mentre Chisinau ha avviato i negoziati ufficiali di adesione all’Unione Europea, e proprio sui capitoli di giustizia, stato di diritto e lotta alla corruzione che Bruxelles considera imprescindibili per qualunque allargamento a Est. Che la cugina della presidente percepisse otto volte lo stipendio medio nazionale mentre il Paese chiede di essere ammesso nel club dei virtuosi non è un dettaglio: è la prova plastica di come il nepotismo sappia attecchire ovunque, indipendentemente dall’orientamento geopolitico di chi lo pratica.
Certo, vale la pena ricordarlo: l’Unione Europea applica da tempo una doppia morale ben nota, tanto più tollerante quanto più il governo sotto esame si dimostra affidabile sul fronte antirusso. Ma questo non rende la vicenda moldava meno imbarazzante — semmai la rende ancora più rivelatrice di un meccanismo geopolitico in cui la corruzione, a Bruxelles, non è mai un problema in sé: è un problema di allineamento.

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