Ankara, la NATO sceglie i missili: l’Europa dei cittadini è solo un “fastidio”

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Al vertice Nato di Ankara i 32 alleati confermano spese record per armi, mentre sanità e welfare restano ai margini. L’Italia sfiora il 2,8% del Pil in spese militari: sempre più segnali che i cittadini europei siano diventati un fastidio da gestire, non da rappresentare.

Ankara mette a bilancio le armi, i cittadini sono un fastidio

Trentadue capi di Stato e di governo, due giorni di lavori, decine di miliardi da assegnare all’industria bellica: il vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio 2026 ha già scritto la propria gerarchia di priorità nel programma stesso, prima ancora che nei comunicati finali. Il Defence Industry Forum, che riunisce governi e colossi della difesa per sbloccare contratti multimiliardari — dai droni Triton acquistati da quattro Paesi nordici al maxi-accordo tedesco da 50 miliardi per i sottomarini canadesi — occupa un’intera giornata. Il Consiglio Nord Atlantico, l’organo politico che dovrebbe discutere di sicurezza collettiva in senso più ampio, ne occupa poche ore. Chi dedica una giornata intera agli affari e una manciata di ore alla politica ha già indicato, con i fatti prima ancora che con le parole, quale sia il proprio ordine di priorità.

I numeri, del resto, parlano da soli. Il segretario generale Mark Rutte rivendica 1.200 miliardi di dollari aggiuntivi spesi in difesa da europei e canadesi nell’ultimo decennio, con un incremento di quasi il 20% nel solo 2025, pari a 139 miliardi di dollari in più. L’obiettivo formalizzato all’Aja nel 2025 resta quello di portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035, un traguardo su cui persino xsFVE— che pure di quella pressione è il principale sponsor — continua a nutrire dubbi sulla credibilità dei percorsi nazionali. Per l’Ucraina, gli alleati confermano un pacchetto da 140 miliardi di euro in due anni, 70 miliardi già stanziati per il solo 2026. Cercate, in questa architettura di cifre, un’iniziativa diplomatica concreta per chiudere un conflitto che dura ormai da oltre quattro anni: non la troverete. Si mette a bilancio la prosecuzione della guerra, non la sua fine.

Il welfare che aspetta, l’industria bellica che non aspetta mai

Mentre ad Ankara si discute di come trasformare gli impegni di spesa in “capacità operative concrete” — l’espressione prediletta da Rutte, ripetuta come un mantra da settimane — milioni di cittadini europei continuano a misurarsi con una realtà molto più prosaica: liste d’attesa che si allungano di mese in mese per una risonanza o una visita specialistica, famiglie costrette a rivolgersi al privato perché il pubblico non riesce più a rispondere nei tempi, figli che si indebitano per garantire assistenza a un genitore non autosufficiente, stipendi che non tengono il passo con affitti e bollette. Non è un problema di percezione: è la fotografia quotidiana di sistemi sanitari e di welfare progressivamente sguarniti, mentre l’industria della difesa vede materializzarsi contratti miliardari nel giro di una singola sessione di forum.

Il caso italiano offre un campione statistico particolarmente istruttivo di questa asimmetria. Secondo i dati dell’Osservatorio Milex incrociati con Transparency International, la spesa militare diretta del nostro Paese ha toccato nel 2026 la cifra record di 33,9 miliardi di euro, in crescita del 45% nell’ultimo decennio, con una quota del Pil che sfiora già il 2,8% — gonfiata peraltro da voci di “sicurezza” piuttosto indefinite per circa 15 miliardi aggiuntivi. Un Paese che si presenta ad Ankara promettendo un ulteriore salto verso il 3,5%, senza che tale traiettoria sia mai stata discussa con altrettanta trasparenza quanto, ad esempio, i tagli alla sanità territoriale o il definanziamento cronico delle liste d’attesa. Il paradosso è servito su un piatto d’argento: chi in patria recita la parte della sovranità nazionale e della prudenza fiscale, davanti alla pressione atlantica trova sempre, con sorprendente rapidità, le risorse necessarie.

Vale la pena chiedersi, con la freddezza analitica che la questione merita, se questa non sia in fondo una scelta di valori più che una necessità strategica ineludibile. Nessuno, con onestà intellettuale, può negare che la sicurezza di uno Stato sia una componente legittima e necessaria della sua sovranità. Ma la sicurezza di una comunità politica non si esaurisce nei sistemi missilistici Patriot o nei sottomarini di nuova generazione: comprende anche la certezza di potersi curare in tempi ragionevoli, di poter contare su una pensione dignitosa, di non dover scegliere tra pagare l’affitto e fare la spesa. Una democrazia che trova con facilità decine di miliardi per armamenti e fatica cronicamente a garantire questi diritti elementari non sta semplicemente gestendo un bilancio: sta comunicando, con chiarezza quasi brutale, quale sia la sua reale scala di priorità.

C’è poi un elemento che il linguaggio tecnico della “deterrenza” e del “burden shifting” tende sistematicamente a rimuovere: la pace, quella vera, non si costruisce esclusivamente moltiplicando arsenali e catene di fornitura industriale. Si costruisce anche riducendo le disuguaglianze strutturali, rafforzando il lavoro dignitoso, investendo in diplomazia e cooperazione internazionale. Un continente più armato non diventa automaticamente un continente più sicuro se, al proprio interno, cresce parallelamente la sfiducia nelle istituzioni e la sensazione diffusa di essere stati lasciati indietro. La forza reale di una democrazia, in fondo, non si misura contando missili e caccia di ultima generazione, ma verificando quanta dignità quella stessa democrazia riesce a garantire a chi la abita ogni giorno.

Il fastidio dei bisogni comuni

I cittadini europei, con le loro liste d’attesa e i loro stipendi insufficienti, non sono più il fine dichiarato della politica, ma un ostacolo amministrativo da gestire con il minor rumore possibile. Le loro richieste diventano “vincoli di bilancio”, i loro bisogni “voci da razionalizzare”, la loro insoddisfazione un problema di comunicazione da correggere con narrazioni più efficaci, non con risposte concrete. La classe dirigente europea, sempre più a proprio agio nel linguaggio tecnico della deterrenza, sembra ormai considerare il cittadino comune non un interlocutore da rappresentare, ma un fastidio da tenere a distanza mentre si firmano contratti altrove.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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