Notte di fuoco a Hormuz:. gli Usa colpiscono l’Iran e la Nato applaude prima di capire

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Gli Usa colpiscono 80 obiettivi in Iran, Teheran risponde colpendo basi Usa in Bahrein e Kuwait. Rutte parla di operazione “necessaria” dal summit Nato di Ankara, mentre i negoziati restano fissati per l’11 luglio.

Notte di fuoco a Hormuz: la tregua che l’Occidente ha deciso di violare per primo

Gli Stati Uniti hanno colpito l‘Iran nella notte tra il 7 e l’8 luglio 2026 mentre il loro presidente si trovava ad Ankara per il summit Nato, comodamente seduto a un tavolo con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario al Tesoro Scott Bessent. Secondo la ricostruzione di Axios, l’ordine di attacco sarebbe stato approvato attorno alle tre del mattino, proprio mentre l’intera architettura diplomatica occidentale si riuniva ufficialmente per parlare di sicurezza collettiva.

Il Comando Centrale statunitense ha rivendicato oltre 80 obiettivi colpiti — sistemi di difesa iraniani, reti di comando e controllo, radar costieri, capacità missilistiche antinave e una sessantina di piccole imbarcazioni dei Pasdaran nello Stretto di Hormuz — con un’intensità che fonti americane definiscono da quattro a cinque volte superiore rispetto ai raid di dieci giorni prima. Un dettaglio che, detto con il dovuto sarcasmo, rende la parola “de-escalation” quasi comica nel contesto in cui viene pronunciata.

La versione ufficiale di Washington racconta che l’Iran avrebbe violato il cessate il fuoco attaccando tre navi mercantili in transito nello Stretto, gli Stati Uniti avrebbero semplicemente risposto per “imporre pesanti conseguenze” a Teheran, come recita il comunicato del Central Command. Peccato che questa narrazione lasci fuori un dettaglio non trascurabile: proprio quel giorno Washington aveva reintrodotto le sanzioni sulla vendita di petrolio iraniano, sospese solo temporaneamente come parte del memorandum d’intesa raggiunto nelle settimane precedenti. Chiedere a un Paese di rispettare una tregua mentre gli si toglie contestualmente l’ossigeno economico che quella tregua avrebbe dovuto garantirgli non è propriamente un gesto di buona fede diplomatica, ed è difficile non leggervi un innesco calcolato più che una reazione impulsiva.

La rappresaglia iraniana e il coro Nato che applaude prima di indagare

La risposta di Teheran non si è fatta attendere: il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha rivendicato la distruzione di 85 installazioni statunitensi in Bahrein e Kuwait, mentre il ministero degli Esteri iraniano ha parlato apertamente di violazione del memorandum concordato, promettendo che “le Forze armate della Repubblica Islamica daranno una risposta schiacciante”.

Sul fronte social, i toni ufficiali iraniani hanno insistito su un punto che meriterebbe più attenzione analitica di quanta gliene sia stata concessa: il richiamo esplicito alla “aggressione sionista continua sul Libano“, con Israele che nella stessa notte ha bombardato la foresta di Ali al-Taher, vicino Nabatieh, e altre tre località nel Libano meridionale. Il fronte mediorientale, insomma, non si accende mai isolatamente: si accende a grappoli, e ogni volta la stampa occidentale sceglie con cura quale scoppio raccontare come causa e quale come conseguenza.

A completare il quadro ci ha pensato il segretario generale della Nato Mark Rutte, che arrivando al summit di Ankara ha definito i bombardamenti americani “assolutamente necessari”, ribadendo che sarà compito degli alleati europei e canadesi allineare la propria spesa militare a quella statunitense. Una dichiarazione di sostegno pronunciata a caldo, prima di qualunque verifica indipendente sui fatti contestati, che dice molto sulla funzione ormai puramente cerimoniale dell’Alleanza atlantica quando si tratta di certificare le scelte di Washington: non un organismo che valuta, ma un megafono che conferma.

Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, dal canto suo, ha scelto la strada della prudenza istituzionale, limitandosi a rassicurare sull’assenza di personale italiano coinvolto negli scontri, in attesa — presumibilmente — di capire da che parte tirerà il vento politico prima di sbilanciarsi oltre.

La prossima tornata di negoziati, secondo le fonti citate da Agi, sarebbe fissata per l’11 luglio: difficile immaginare un clima meno propizio per sedersi a un tavolo, a meno che l’obiettivo reale non sia proprio quello di arrivarci da una posizione di forza acquisita a suon di bombe, piuttosto che di buona fede diplomatica.

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