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Il ciclone Harry devasta la Sicilia orientale: danni oltre 500 milioni, coste sventrate, porti e ferrovie in ginocchio. Nessuna vittima, ma il disastro svela fragilità strutturali e decenni di abusivismo.
Sicilia dopo Harry: cronaca di una catastrofe annunciata
Il giorno dopo il ciclone, la Sicilia orientale si presenta come una mappa di ferite. Non c’è bisogno di metafore: basta seguire la linea frastagliata dei lungomari crollati, dei binari sospesi, delle banchine spezzate. Harry, con raffiche fino a 150 chilometri orari e mareggiate alimentate dal fenomeno dello swell, ha colpito per tre giorni consecutivi, lasciando dietro di sé un conto provvisorio che supera il mezzo miliardo di euro. Nessuna vittima, grazie a una Protezione civile che ha lavorato senza tregua. Ma le cifre, come sempre, raccontano ciò che la retorica preferisce evitare: un sistema fragile che attendeva solo il pretesto per cedere.
Mentre il maltempo si attenua, la Regione si prepara a dichiarare lo stato di crisi ed emergenza. Renato Schifani ha convocato la giunta a Palazzo d’Orléans per chiedere il riconoscimento nazionale e attivare fondi straordinari. La sala operativa della Protezione civile, diretta da Salvo Cocina, ha monitorato per ore ogni punto critico.
Il mare che presenta il conto
Il fronte più devastato corre lungo oltre cento chilometri di costa ionica. Nel Messinese, Santa Teresa di Riva è diventata l’icona del disastro: il lungomare è collassato, trascinando con sé strada, fognature e condotte idriche.
Il risultato è un blackout totale dell’acqua nella zona sud. A Mazzeo, frazione di Taormina, muri di contenimento e terrapieni sono stati divorati dalle onde; a Giardini Naxos e Letojanni gli stabilimenti balneari sono ridotti a cumuli di detriti. Sant’Alessio Siculo, Furci, Roccalumera, Nizza di Sicilia e Alì Terme raccontano la stessa storia: spiagge arretrate, recinzioni abbattute, chioschi scomparsi.
Messina città paga un prezzo altrettanto alto. Lidi simbolo come Zahir e Beautiful Beach, insieme al ristorante La Vela, sono stati spazzati via in poche ore. Nei villaggi del sud, la linea ferroviaria tra Messina e Catania è lesionata in più punti; a Scaletta Zanclea i binari restano sospesi nel vuoto, rievocando la tragedia del 2009. A Giampilieri Marina, le opere contro il dissesto hanno retto la pioggia, ma non la furia del mare, che ha annientato le strutture balneari.
Nemmeno le Eolie sono state risparmiate. A Lipari, compresa Canneto, i moli sono divelti e le banchine allagate. Alicudi, Filicudi, Panarea, Stromboli e Ginostra restano isolate da giorni. La nave “Nerea” ha ripreso solo parte dei collegamenti. Il sindaco Riccardo Gullo parla di mobilità paralizzata e di un danno ancora incalcolabile, mentre residenti e operatori temono settimane senza rifornimenti.
Abusivismo e rimozione: la vera tempesta
Se a oriente si contano macerie, a occidente si tirano sospiri di sollievo. A Palermo criticità nei porticcioli di Acquasanta e Arenella, ma il porto commerciale ha resistito. Termini Imerese, Trapani, Porto Empedocle, Licata e Gela registrano solo danni marginali. Un contrasto che smaschera un’altra verità: non è solo il mare a distruggere, ma ciò che l’uomo ha costruito senza misura.
Lo ricorda Fabio Morreale, presidente di Natura Sicilia, osservando le coste siracusane da Asparano a Fontane Bianche: “Non è il mare che attacca, è l’abusivismo che presenta il conto”. Cemento a ridosso della riva, tolleranze politiche, sanatorie infinite. Ora si parla di ricostruire, ma la domanda resta: arretrare o rifare tutto com’era? La risposta, purtroppo, sembra già scritta.
Il ciclone Harry non è stato un capriccio meteorologico, ma una prova generale. Mezzo miliardo è solo una stima iniziale: turismo, trasporti e servizi rischiano di far lievitare il conto. La vera emergenza, però, non è il ripristino. È accettare che il rapporto con il mare va ripensato, prima che la prossima tempesta ci trovi, ancora una volta, increduli.

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