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La caduta di Zhang Youxia svela una lotta di potere al vertice dell’esercito cinese. Dietro la retorica anticorruzione, Xi Jinping epura i suoi generali per blindare il controllo militare e decidere tempi e destino della questione Taiwan.
Xi Jinping contro i suoi generali
C’è qualcosa di profondamente ironico, e insieme tragico, nel modo in cui la leadership cinese racconta oggi la propria “rinascita”. Le parole sono solenni, i toni apocalittici, le metafore bibliche. Ma dietro il lessico purificatore si nasconde un fatto brutale: il vertice militare della Repubblica Popolare è stato decapitato. E non per una semplice campagna anticorruzione, bensì per una resa dei conti politica che investe direttamente il potere personale di Xi Jinping.
La caduta di Zhang Youxia, generale nato nel 1950 e incarnazione vivente dell’aristocrazia rossa, è il simbolo di questo terremoto. Figlio del generale Zhang Zongxun, compagno d’armi di Xi Zhongxun, padre dell’attuale leader, Zhang apparteneva alla “seconda generazione rossa”, quella cresciuta con la convinzione che il potere fosse un’eredità dinastica mascherata da merito rivoluzionario.
A differenza di molti burocrati in uniforme, però, Zhang era un soldato autentico: veterano dell’invasione del Vietnam del 1979 e protagonista della sanguinosa battaglia di Laoshan nel 1984, era l’eroe di guerra che garantiva la lealtà dell’Esercito Popolare.
Nel 2022 Xi aveva persino violato le regole non scritte sull’età pensionabile pur di tenerlo come numero due della Commissione militare centrale. Oggi, quello stesso uomo è diventato un “cancro” da estirpare.
L’epurazione come rito di potere
Zhang non è caduto da solo. Con lui è stato rimosso Liu Zhenli, capo del Dipartimento di Stato maggiore congiunto e mente operativa di ogni scenario bellico, compresa un’eventuale invasione di Taiwan. Su sette membri originari della Commissione nominata nel 2022, cinque sono stati epurati in meno di tre anni. Restano soltanto Xi Jinping e Zhang Shengmin. Un dato che, da solo, racconta più di mille comunicati ufficiali.
Il 24 gennaio 2026, il Quotidiano dell’Esercito ha sancito la linea: non semplici indagini per corruzione, ma tradimento della fiducia del Comitato Centrale e distruzione del “sistema di responsabilità” del presidente della Commissione. Il messaggio ai ranghi è stato costruito come una liturgia: “cambio delle piume”, dolore necessario, rinascita. L’anticorruzione diventa così una battaglia globale e assoluta, in cui nessuno è troppo in alto per essere risparmiato.
È il linguaggio tipico delle purghe: sacralizzare la violenza amministrativa per renderla inevitabile. Ma dietro la retorica della moralizzazione si intravede una frattura politica. Se davvero questi uomini erano il cuore operativo della macchina militare, come possono essere stati al tempo stesso pilastri e traditori? La risposta, ovviamente, non riguarda l’etica, ma l’autorità.
Taiwan o il quarto mandato di Xi?
La vera posta in gioco sembra essere la tempistica della questione taiwanese. Secondo l’analisi di Kristan Tang della Georgetown University, Xi Jinping avrebbe fissato il 2027 come orizzonte per una possibile azione decisiva sull’isola. Zhang Youxia, forte della sua esperienza di combattimento reale, avrebbe invece frenato, spostando la scadenza al 2035. Non una sfumatura strategica, ma una differenza abissale: tra la guerra imminente e il rinvio strutturale.
Se questa ricostruzione è corretta, lo scontro non riguarda soltanto Taiwan, ma il destino politico di Xi. Nel 2027 si avvicina il Congresso che potrebbe consacrarlo a uno storico quarto mandato. Un esercito esitante, guidato da veterani non allineati, diventa allora un problema esistenziale per il leader.
Il conflitto era già affiorato pubblicamente nel 2025, durante la chiusura delle Due Sessioni: Zhang Youxia rimase in piedi, voltando le spalle a Xi mentre il presidente lasciava l’aula. In un sistema costruito sulla ritualità del consenso, quel gesto valeva più di un documento segreto. Non era solo una divergenza strategica: era una sfida simbolica al centro del potere.
Oggi, la “rinascita” proclamata dall’Esercito suona come un’ammissione involontaria. L’apparato non si sta purificando: si sta ricomponendo attorno a un uomo solo. E mentre Pechino proclama di voler essere “inappuntabilmente pronta al combattimento”, il vero fronte sembra interno. L’aristocrazia rossa, per sopravvivere, deve sacrificare i propri eroi. E chiamare tutto questo disciplina.

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