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Il gioco dei pacchi: nel quarto anniversario dell’invasione russa, l’UE arriva a Kiev senza nuovi fondi. Orbán blocca sanzioni e prestito da 90 miliardi, mentre Bruxelles litiga sugli asset russi. Con l’Ucraina a rischio default e l’Europa spaccata, l’unità proclamata è una formula vuota.
Europa divisa, Kiev senza soldi
Nel giorno del quarto anniversario dell’invasione russa, la coreografia europea a Kiev ha avuto un dettaglio imbarazzante: le mani vuote. Ursula von der Leyen e diversi leader dell’Unione sono arrivati per ribadire sostegno politico a Volodymyr Zelensky, ma senza la decisione più urgente: nuovi fondi per evitare il collasso finanziario ucraino.
L’Ucraina ha bisogno di liquidità già da aprile per scongiurare una crisi di bilancio. Eppure, al Consiglio Affari Esteri dell’UE, il meccanismo si è inceppato. Viktor Orbán ha bloccato non solo il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, ma soprattutto il prestito da 90 miliardi per il biennio 2026-2027, basato su debito europeo congiunto. Una misura che avrebbe garantito ossigeno immediato a un’economia in guerra.
Bruxelles parla di “patti traditi”. Budapest parla di interessi nazionali. Nel mezzo, un paese che rischia la bancarotta prima ancora della resa.
L’Europa litigiosa e il fantasma degli asset russi
A complicare il quadro, la questione degli asset russi congelati in Europa. L’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, insiste sulla possibilità di utilizzare quei fondi per sostenere Kiev. Ma la proposta si muove su un terreno giuridico scivoloso e divide gli Stati membri. L’idea di trasformare depositi congelati in risorse spendibili non è solo un atto politico: è un precedente potenzialmente destabilizzante per il diritto internazionale e per la credibilità finanziaria europea.
Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, ha scritto a Orbán invitandolo a “conformarsi” alle decisioni comuni. Ma la moral suasion ha margini limitati quando il premier ungherese è nel pieno di una campagna elettorale cruciale. Il voto del 12 aprile incombe, e Orbán si presenta come difensore degli interessi energetici magiari.
Il nodo è l’oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ucraina e rifornisce Ungheria e Slovacchia. Budapest accusa Kiev per l’interruzione dei flussi; Kiev replica puntando il dito sui danni causati dai bombardamenti russi alle infrastrutture energetiche. Nel frattempo, droni ucraini avrebbero colpito una conduttura in territorio russo, nella regione del Tatarstan. La Slovacchia, per voce del premier Fico, ha minacciato di sospendere le forniture elettriche di emergenza all’Ucraina. Tutti contro tutti, mentre Mosca osserva.
Orbán, Washington e la pax trumpiana
La partita non è solo europea. Orbán ha ricevuto il sostegno esplicito della Casa Bianca, con la visita del segretario di Stato Marco Rubio a Budapest dopo la Conferenza di Monaco. Un segnale politico chiaro: l’Ungheria è l’interlocutore privilegiato del trumpismo europeo.
Nei sondaggi, il premier ungherese sarebbe in difficoltà rispetto allo sfidante europeista Peter Magyar, vicino al Partito Popolare Europeo. La linea dura contro Bruxelles e il richiamo a una “pax trumpiana” fondata sul dialogo diretto con Mosca diventano strumenti di mobilitazione interna.
Mentre la Commissione europea esclude negoziati diretti con Vladimir Putin, e persino Emmanuel Macron suggerisce di non chiudere ogni canale diplomatico, l’UE appare divisa e priva di una strategia coerente. Sullo sfondo, l’incertezza americana sui dazi e sulle priorità geopolitiche rende ancora più fragile il coordinamento transatlantico.
L’Europa si trova così in una posizione paradossale: proclama unità, ma pratica frammentazione; promette sostegno illimitato a Kiev, ma fatica a garantire la sostenibilità finanziaria nel medio termine. E mentre si discute di principi, il calendario fiscale ucraino non aspetta.
Se l’Ucraina dovesse trovarsi in default tecnico, il danno sarebbe non solo economico ma simbolico. L’UE, che ha fatto della solidarietà a Kiev una bandiera identitaria, rischierebbe di apparire incapace di trasformare le dichiarazioni in strumenti concreti.
Il vero problema non è solo Orbán. È un’Unione che, di fronte a una guerra ai propri confini e a un alleato in difficoltà, continua a oscillare tra prudenza legale, calcoli elettorali e timori geopolitici. Nel frattempo, la domanda resta sospesa: può un’Europa divisa sostenere una guerra lunga senza prima mettere ordine al proprio interno?

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