Vassallaggio italiano: con amici come gli USA, chi ha bisogno di nemici?

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Tra basi NATO e allineamento a Washington, l’Italia esercita una sovranità più formale che sostanziale. Dopo la Guerra fredda, i margini di autonomia si sono ridotti: Russia e Cina lo dimostrano. Il protagonismo sbandierato dai governi resta retorica.

Italia sovrana? Sulla carta…

C’è un tratto costante nella politica estera italiana degli ultimi decenni: l’allineamento preventivo. Con il governo Meloni e con Antonio Tajani alla Farnesina, questa postura ha raggiunto un grado di zelo che rasenta la pedagogia del vassallaggio. Non si tratta soltanto di collocazione atlantica – scelta storica e strutturale – ma di un’attitudine che rinuncia in partenza a qualsiasi margine di modulazione autonoma.

La gestione del conflitto a Gaza lo ha mostrato con imbarazzante evidenza. Tra dichiarazioni prudenti, sostegni quasi automatici alle posizioni statunitensi e cautele tardive sul piano umanitario, Roma ha oscillato senza mai tentare un’iniziativa diplomatica credibile nel Mediterraneo, area che dovrebbe costituire la sua proiezione naturale. Lo stesso vale per la partecipazione, più o meno mimetizzata, a consessi e iniziative internazionali concepite altrove – come il cosiddetto “Board of Peace” – in cui l’Italia figura come comparsa diligente.

La narrazione ufficiale parla di responsabilità internazionale. Ma la responsabilità, in politica estera, implica anche capacità di dire no. E qui sta il punto.

Il vassallaggio, sotto il governo Meloni, non si manifesta soltanto sul piano diplomatico, ma assume una dimensione economica e tecnologica concreta. Il caso TIM è rivelatore. Nel 2023 l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha sostenuto e accompagnato la cessione della rete fissa – infrastruttura strategica per la sicurezza nazionale – al fondo statunitense KKR, già presente nel capitale. L’operazione, formalmente di mercato e autorizzata attraverso gli strumenti di golden power, ha comportato il trasferimento del controllo di un asset cruciale a un soggetto finanziario americano. Una scelta legittima sul piano giuridico, ma politicamente significativa: rafforza l’impronta statunitense in un settore nevralgico come le telecomunicazioni.

Sul fronte della cybersicurezza, il governo Meloni ha inoltre consolidato la cooperazione con Israele. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha sottoscritto intese con omologhe israeliane, e sono state sviluppate partnership industriali nel campo della difesa digitale. Anche in questo caso parliamo di accordi ufficiali, non di retroscena. Tuttavia, quando segmenti sensibili della sicurezza informatica vengono integrati in filiere esterne, il tema dell’autonomia strategica non può essere liquidato come paranoia sovranista.

In telecomunicazioni e cyber, il governo Meloni ha scelto una linea di totale integrazione extraeuropea che accentua una dipendenza già strutturale.

Sovranità nominale, dipendenza sostanziale

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia è integrata nel sistema di sicurezza occidentale. Le basi statunitensi e NATO sul territorio nazionale non sono un dettaglio logistico: rappresentano la materializzazione di un vincolo strategico. Formalmente la Repubblica è sovrana; nella pratica, le scelte decisive in materia di difesa e sicurezza devono restare compatibili con l’architettura atlantica.

Durante la Guerra fredda, una classe politica più avvezza alla realpolitik riuscì talvolta a sfruttare le pieghe del bipolarismo. Rapporti energetici con l’Unione Sovietica, dialogo con il mondo arabo, presenza economica in Africa: margini stretti, ma reali. L’Italia non sfidava l’alleato americano, ma neppure si autoescludeva da ogni spazio di manovra.

Con la fine dell’Urss, quei margini si sono assottigliati. L’unipolarismo statunitense ha ridotto le zone grigie. E Roma ha progressivamente trasformato l’alleanza in automatismo. La partecipazione alla guerra in Libia del 2011 è un caso emblematico. Tripoli era un partner energetico e commerciale privilegiato. Eppure l’Italia si è accodata a un intervento che ha destabilizzato il proprio vicino più strategico, con conseguenze dirette su flussi migratori, sicurezza e approvvigionamenti. Un capolavoro di lungimiranza, se l’obiettivo era complicarsi la vita nel Mediterraneo.

Oggi il copione si ripete su altri dossier. Le relazioni con la Russia, per anni centrali sul piano energetico, sono state recise in linea con le scelte NATO e UE, senza una strategia compensativa autonoma. Con la Cina, l’adesione alla Via della Seta è stata prima celebrata e poi archiviata con rapidità, a conferma che l’ultima parola non spettava a Roma.

Quando si parla del nostro Paese come di uno “Stato satellite”, è una formula dura ma non infondata: uno Stato che mantiene istituzioni formali indipendenti, ma che nella politica di sicurezza e nelle scelte geopolitiche fondamentali non può discostarsi dall’alleato egemone. L’enfasi mediatica meloniana sul protagonismo italiano è una esigenza comunicativa per i propri elettori, una rassicurazione a chi vuol credere al messaggioa  prescindere dalla realtà.

Mediterraneo dimenticato e retorica d’obbligo

Il paradosso è che l’Italia avrebbe un interesse oggettivo a valorizzare il proprio spazio naturale: Mediterraneo allargato, Balcani, Nord Africa. Invece, su crisi come Gaza, la linea è stata di prudente adesione al partner americano, e duenque alla linea Netanyahu, con qualche tardiva sottolineatura umanitaria. Nessun tentativo reale di mediazione, nessuna proposta autonoma di cornice regionale.

La stessa partecipazione a piattaforme internazionali a guida statunitense viene presentata come contributo alla pace globale. Ma quando le decisioni strategiche sono prese altrove e l’Italia si limita a ratificare, la differenza tra alleanza e subordinazione si fa sottile.

Naturalmente, nessun Paese medio può prescindere da alleanze. Però la storia recente dimostra che seguire pedissequamente scelte altrui può comportare costi diretti per l’interesse nazionale. Dalla Libia alle forniture energetiche, i danni non sono teorici.

Con amici così, verrebbe da chiedersi, a cosa servono i nemici? La politica estera non è un concorso di fedeltà. È un esercizio di equilibrio tra vincoli e opportunità. Se l’Italia rinuncia in partenza a negoziare il proprio spazio, resta una sovranità a gettone: valida finché non disturba.

Il problema non è l’Atlantismo. È l’assenza di una strategia italiana dentro l’Atlantismo. Finché questa distinzione non sarà chiarita, continueremo a celebrare una centralità che esiste solo nei comunicati stampa. E a scoprire, ogni volta che la situazione si complica, che le decisioni decisive non passano da Roma.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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