Un mese di bombe israeliane raccontato come normalità: Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria

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Un mese di escalation israeliana su quattro fronti: attacchi a Gaza dopo l’accordo con Hamas, violenza record dei coloni in Cisgiordania, raid mortali in Libano dopo i colloqui di Roma, bombe in Siria contro presenza turca. Ogni apertura diplomatica seguita da nuova violenza.

Israele firma accordi di pace e li smentisce entro poche ore, da Gaza al Libano

Ventisette giorni. È il tempo che separa il primo agosto, quando Hamas ha accettato la bozza di accordo di pace elaborata dal Board of Peace dell’amministrazione Trump, dal 25 agosto, quando le forze di sicurezza israeliane hanno lasciato fuggire indisturbati un gruppo di coloni che pestava attivisti israeliani e giornalisti davanti alle telecamere in Cisgiordania. In mezzo, un mese che ha attraversato quattro fronti diversi con la stessa logica di fondo: annunci diplomatici seguiti, entro poche ore, da comportamenti sul terreno che li smentiscono sistematicamente.

La cronaca sotto la polvere

A Gaza, l’accordo annunciato il 1° agosto prevedeva un disarmo graduale di Hamas accompagnato da un ritiro israeliano a fasi. Poche ore dopo la firma della bozza, attacchi israeliani in varie zone della Striscia hanno ucciso almeno due persone e ferito una decina. Il 17 agosto l’inviato statunitense Jared Kushner ha lasciato Israele dopo colloqui con Netanyahu che hanno prodotto due gruppi di lavoro, su disarmo e questioni umanitarie, senza risolvere il nodo di fondo: Israele non intende ritirarsi finché Hamas non si disarma, e nel frattempo continua a bloccare l’ingresso di aiuti e materiali da costruzione necessari alla ricostruzione.

Nelle ore immediatamente successive alla partenza di Kushner, un raid su un caffè affollato nel porto di Gaza City, esso stesso un campo di sfollati, ha ucciso almeno sette persone, tra cui un bambino. Il 22 agosto, giorno della Giornata mondiale umanitaria, l’esercito israeliano ha annunciato di aver aperto un’indagine sull’uccisione della bambina di cinque anni Hind Rajab e sei membri della sua famiglia nel gennaio 2024, ammettendo per la prima volta di aver sparato sulla loro auto, insieme a un’indagine sull’uccisione di 15 soccorritori a Rafah nel marzo 2025.

Nello stesso giorno ha però chiuso altri tre fascicoli, incluso quello sull’uccisione di sette operatori umanitari del World Central Kitchen nell’aprile 2024, decisione definita “vergognosa” da Regno Unito, Australia e Canada. Il 23 agosto Netanyahu ha minacciato di intensificare gli attacchi contro Gaza in risposta al lancio di aquiloni, droni e palloncini dalla Striscia, mentre le forze israeliane uccidevano tre persone, tra cui il bambino di quattro anni Muhammad Abdel Salam Taha. Il 24 agosto un caccia israeliano ha colpito una tenda che ospitava sfollati vicino all’ospedale Al-Aqsa, uccidendo due fratelli.

In Cisgiordania la violenza dei coloni ha raggiunto quello che l’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite definisce un livello record assoluto: secondo l’OCHA si registrano in media 6,6 attacchi al giorno con vittime o danni materiali, e al 24 luglio erano già 15 i palestinesi uccisi da coloni nel 2026, sulla traiettoria per superare il precedente record di 16 fissato nel 2023. La Wall and Settlement Resistance Commission ha calcolato 4.113 attacchi tra gennaio e luglio, con un incremento del 63% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Il governo israeliano ha aperto il 18 agosto un nuovo bando per il progetto insediativo E1 a est di Gerusalemme, che sfollerebbe forzatamente altre 18 comunità beduine, mentre secondo l’organizzazione israeliana Peace Now sono stati stabiliti 248 nuovi avamposti sotto l’attuale governo, 65 solo nel 2026. Tra il 21 e il 26 agosto si sono susseguiti un adolescente palestinese ucciso durante un’escursione non autorizzata di coloni, diciannove feriti in raid dell’esercito e attacchi di coloni, un uomo amputato aggredito nei pressi di Hebron, un’auto e un edificio incendiati, e infine l’aggressione filmata contro attivisti e giornalisti a Jannatah, vicino Betlemme, davanti a soldati israeliani che non hanno arrestato nessuno. Il 26 agosto, quasi tutto il caucus democratico del Senato americano, 45 senatori su 47, ha scritto a Netanyahu chiedendo azioni concrete contro la violenza dei coloni.

Sul fronte libanese, il 5 agosto Israele ha ordinato lo sfollamento forzato di Mansouri, vicino Tiro, e lanciato attacchi accusando Hezbollah di una violazione “plateale” del cessate il fuoco, interrompendo anticipatamente i negoziati diretti in corso a Roma. Il 15 agosto raid israeliani hanno ucciso undici persone nel sud del Libano, tra cui tre bambini e due donne, la giornata più sanguinosa dall’inizio della tregua di giugno, in risposta a un attacco di Hezbollah che aveva ferito tre soldati israeliani, provocando la reazione del presidente libanese Joseph Aoun, secondo cui Israele avrebbe voluto mandare un “messaggio chiaro” alla vigilia dei negoziati sponsorizzati dagli Stati Uniti. In Siria, il 18 agosto un attacco israeliano ha colpito la base aerea di Abu al-Duhur, nel nord del Paese, poco dopo la visita di una delegazione militare turca interessata a un possibile stanziamento di truppe nella struttura.

Il copione non cambia

Ciò che emerge da questa sequenza di eventi non è la scoperta di una nuova strategia militare israeliana, ma la conferma ostinata di un agire collaudato: ogni apertura diplomatica, che sia una bozza di accordo su Gaza, un tavolo negoziale a Roma sul Libano o una cornice di cessate il fuoco più ampia, viene sistematicamente seguita entro poche ore da un’escalation che ne svuota il significato pratico. Non serve una particolare inclinazione al sospetto per notare che gli attacchi più intensi tendono a concentrarsi esattamente nei momenti in cui la pressione diplomatica internazionale chiede il contrario, come se il messaggio dovesse essere ribadito con particolare enfasi proprio quando qualcuno inizia a crederci.

Sul fronte della Cisgiordania, il coinvolgimento diretto o l’inazione dell’esercito israeliano davanti alla violenza dei coloni ha smesso da tempo di essere un’anomalia isolata per diventare, nei fatti documentati dall’ONU e da organizzazioni israeliane per i diritti umani come B’Tselem e Peace Now, una componente strutturale della politica di espansione territoriale. Quando le forze di sicurezza filmano un pestaggio senza intervenire, o quando un deputato di estrema destra viene scortato dall’esercito durante un tour che finisce con la distruzione di un monumento commemorativo palestinese, la distinzione tra apparato statale e violenza vigilante diventa puramente teorica.

E quando persino il gruppo democratico del Senato americano, non certo un covo di antisionisti radicali, si sente costretto a scrivere una lettera collettiva di protesta, il problema ha superato da tempo la soglia della controversia geopolitica per entrare in quella dell’emergenza umanitaria riconosciuta trasversalmente, salvo poi non tradursi in alcuna conseguenza concreta, come dimostra la chiusura silenziosa dei fascicoli sugli operatori del World Central Kitchen proprio nel giorno simbolicamente dedicato all’umanitarismo internazionale.

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