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Dal rapimento di Maduro al trasferimento dell’oro venezuelano verso il Tesoro Usa, passando per 13 miliardi di petrolio trattenuti contro 300 milioni versati per il terremoto: Delcy Rodríguez gestisce per Washington la liquidazione degli asset di un Paese che dice ancora di governare.
Il Venezuela ha un nuovo padrone, e si chiama gestione degli asset
Sono passati 7 mesi da quando, il 3 gennaio, gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione militare contro il Venezuela culminata nella cattura di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, prelevati direttamente dalla loro camera da letto secondo la ricostruzione della CNN.
Trump ha definito l’azione “un’operazione brillante”, frutto di “ottima pianificazione”, mentre l’allora vicepresidente Delcy Rodríguez, in un messaggio audio trasmesso dalla televisione di Stato, l’ha bollata pubblicamente come “un rapimento illegale” e “un’aggressione contro il nostro Paese”.
Parole destinate a invecchiare male con straordinaria rapidità: il 5 gennaio la stessa Rodríguez veniva insediata come presidente ad interim sulla base di una sentenza della Corte Suprema venezuelana, diventando la prima donna a esercitare i poteri presidenziali nella storia del Paese, e stringendo da quel momento un rapporto sempre più organico con l’amministrazione che aveva appena fatto rapire il proprio predecessore.
Il giorno dopo l’insediamento, il 6 gennaio, Trump annunciava che Caracas avrebbe consegnato agli Stati Uniti fino a 50 milioni di barili di petrolio, mentre Rodríguez, con un candore che oggi suona quasi patetico, assicurava che “il Paese non è governato da forze esterne”.
Tre giorni dopo il Venezuela rilasciava alcuni prigionieri politici, incluso l’ex candidato presidenziale Enrique Márquez, mentre lo stesso Senato statunitense provava a frenare l’eccessivo attivismo di Trump nella regione.
Poi, il 24 giugno, un doppio sisma di magnitudo 7,2 e 7,5, il più potente mai registrato nel Paese dal 1900, ha colpito il nord del Venezuela con epicentro tra San Felipe e Yumare, provocando quasi duemila morti accertati entro il 1° luglio e devastando ampie porzioni di Caracas e La Guaira.
Il mandato ad interim di Rodríguez è scaduto il 4 luglio, in piena emergenza sismica, lasciando il Paese sospeso tra due catastrofi che si sono sovrapposte con tempismo quasi grottesco: quella tellurica e quella istituzionale.
Il conto della “gestione asset”, tra petrolio trattenuto e oro in viaggio verso Washington
Pochi giorni dopo la cattura di Maduro, Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero “estratto dal sottosuolo del Venezuela un’enorme quantità di ricchezza”, trattenendone una parte “a titolo di risarcimento per i danni causati da quel Paese”.
Il Financial Times ha successivamente quantificato in circa 13 miliardi di dollari i proventi della vendita di petrolio venezuelano trattenuti fino a luglio dagli Stati Uniti per finalità non meglio specificate, a fronte di appena 300 milioni versati al governo di Caracas per la ricostruzione post terremoto. Un rapporto di forza numerico che dovrebbe far riflettere chiunque continui a descrivere l’intervento americano come missione umanitaria.
Un destino analogo sembra attendere le 31 tonnellate di riserve auree venezuelane custodite nei caveau della Bank of England. Secondo Ramón López, deputato dell’opposizione all’Assemblea Nazionale, quell’oro sarà trasferito al Dipartimento del Tesoro statunitense nell’ambito di un piano per fronteggiare l’emergenza sismica, con la riconsegna vincolata a un meccanismo di controllo internazionale affidato a società straniere incaricate di verificare che le risorse scongelate finanzino davvero alloggi, centri sanitari e scuole nelle zone colpite, il tutto sotto la totale supervisione di Washington.
Nel frattempo, sotto la copertura dell’assistenza umanitaria post terremoto, l’amministrazione Trump ha già inviato truppe statunitensi sul territorio venezuelano, ufficialmente per operazioni antinarcotraffico, ma di fatto per presidiare militarmente un Paese la cui sovranità economica sta venendo smontata pezzo per pezzo con la meticolosità di un audit aziendale.
Delcy Rodríguez, l’ultima carta del chavismo giocata contro se stesso
C’è qualcosa di storicamente vertiginoso nel vedere la vicepresidente che nel gennaio 2026 gridava al rapimento illegale trasformarsi, nel giro di poche settimane, nell’interlocutrice privilegiata di chi quel rapimento lo aveva ordinato.
Trump ha scelto deliberatamente di scartare María Corina Machado, premio Nobel per la pace e volto storico dell’opposizione, così come Edmundo González, probabile vincitore delle elezioni presidenziali del luglio 2024 mai riconosciute, preferendo affidarsi alla continuità istituzionale garantita da Rodríguez proprio perché più funzionale a una rapida riattivazione della produzione petrolifera venezuelana, che possiede le maggiori riserve stimate al mondo e potrebbe teoricamente superare i tre milioni di barili al giorno.
Il calcolo cinico di Washington è fin troppo trasparente: usare l’apparato istituzionale chavista superstite, svuotato del proprio leader storico ma ancora capace di garantire stabilità amministrativa, per gestire la transizione verso un modello estrattivo pienamente allineato agli interessi americani, mentre l’opposizione storica viene tenuta fuori dai giochi perché considerata meno prevedibile e meno controllabile nel breve periodo.
È la rivoluzione bolivariana ridotta a strumento di gestione degli asset per conto terzi, con Delcy Rodríguez nel ruolo, tutt’altro che invidiabile, di amministratrice delegata di una liquidazione forzata che porta ancora, sulla carta, il nome del socialismo del ventunesimo secolo.
Chiamarla collaborazionismo sarebbe fin troppo generoso: assomiglia più a una resa negoziata al ribasso, con il vantaggio di continuare a occupare il Palazzo di Miraflores mentre l’oro del proprio Paese prende la via di Londra e Washington.

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