X apre il codice sulla censura altrui, ma tiene chiuso quello sui propri privilegi

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X apre parzialmente il codice per mostrare le censure imposte dai governi, a partire dalle elezioni brasiliane. Ma la trasparenza si ferma dove diventa scomoda: nessuna traccia di privilegi interni, mentre X resta sotto indagine UE per gli stessi algoritmi che ora dice di svelare.

X apre il codice sulla censura governativa, ma solo quanto basta per apparire virtuoso

Elon Musk lo ha annunciato con il consueto stile lapidario: “qualsiasi censura richiesta dai governi è ora visibile chiaramente”. La piattaforma X ha reso pubblica, attraverso una progressiva divulgazione open source del proprio codice sorgente, la sezione degli algoritmi di raccomandazione dedicata a mostrare quando e dove un governo abbia imposto restrizioni sui contenuti.

Il primo banco di prova concreto sono le elezioni brasiliane del 2026, per cui è stata inserita una voce specifica che segnala gli obblighi imposti dal Tribunale Superiore Elettorale, l’organo che disciplina la trasparenza elettorale in Brasile. Presentata come battaglia di principio contro l’oscurantismo istituzionale, l’operazione merita in realtà una lettura meno entusiasta di quella che l’ufficio comunicazione di Musk avrebbe voluto suggerire.

Cosa chiede davvero il Brasile, e cosa ne fa Musk

La misura brasiliana, nella sua sostanza tecnica, è meno drammatica di come viene fatta apparire nella narrazione muskiana. La giustizia elettorale ha semplicemente imposto ai fornitori di piattaforme digitali di disattivare, durante il periodo elettorale, gli algoritmi di raccomandazione relativi agli account ufficiali dei candidati, una sorta di equivalente digitale del silenzio elettorale che in Italia conosciamo da decenni sotto forma cartacea e televisiva.

La norma non oscura i profili dei candidati, chi già li segue continua regolarmente a vederne i contenuti, e non tocca in alcun modo le inserzioni a pagamento, lasciando quindi intatto il canale pubblicitario più remunerativo per la piattaforma stessa.

Musk ha scelto di rappresentare questo intervento regolatorio, tutto sommato proporzionato e comune a molte democrazie occidentali, come un atto censorio da esibire pubblicamente nel codice, trasformando una misura elettorale standard in un caso politico internazionale utile a rafforzare la propria narrazione di paladino della libertà d’espressione contro governi presuntamente oscurantisti.

Vale la pena ricordare che i rapporti tra X e le autorità brasiliane non nascono in un clima di reciproca fiducia. La piattaforma si era già rifiutata, nel recente passato, di rimuovere contenuti etichettati come propaganda di estrema destra e di nominare un rappresentante legale sul territorio brasiliano come previsto dalla normativa locale, mancanze che le sono costate un oscuramento totale del servizio tra il 30 agosto e l’8 ottobre 2024, terminato solo dopo che l’azienda si è adeguata alle norme e ha versato una sanzione consistente.

La scelta di rendere ora visibile nel codice ogni intervento della giustizia elettorale brasiliana assomiglia più a una rivincita mediatica travestita da trasparenza tecnologica che a una genuina conversione ai principi dell’accountability algoritmica.

Una trasparenza selettiva che nasconde più di quanto mostri

Il problema di fondo, però, non riguarda solo il Brasile. La Commissione Europea ha già multato X per 120 milioni di euro per violazioni del Digital Services Act e ha aperto un’indagine specifica sul funzionamento degli algoritmi di raccomandazione della piattaforma, a lungo sospettati di alimentare pratiche di shadowban informale e di orientare artificialmente il flusso dell’attenzione pubblica verso determinati profili, non ultimo quello dello stesso proprietario della piattaforma.

È difficile non notare l’ironia di un’azienda che si offre come garante trasparente delle interferenze governative altrui mentre resta sotto indagine formale a Bruxelles per le proprie, presunte, interferenze algoritmiche interne.

E qui arriva il punto che nessun comunicato aziendale ha ritenuto opportuno chiarire: il codice reso pubblico non è affatto completo, mostra soltanto ciò che X decide di mostrare. Restano fuori dalla divulgazione elementi considerati sensibili per timore di manipolazioni sistematiche da parte di chi volesse sfruttare la conoscenza dell’algoritmo per inondare la piattaforma di contenuti calibrati ad arte, ma restano soprattutto fuori tutta una serie di privilegi non documentati: non è dato sapere, ad esempio, se lo stesso Musk disponga di comandi dedicati che aggirano i normali filtri di moderazione, né se il suo profilo benefici di incentivi inseriti manualmente dai programmatori dell’azienda. Una trasparenza che si ferma esattamente dove comincerebbe a diventare scomoda per chi la promuove non è trasparenza, è comunicazione strategica travestita da rivoluzione tecnologica.

Resta poi da capire come X intenda comportarsi in contesti geopoliticamente più delicati, come quello indiano, dove il governo non si limita a chiedere interventi di moderazione ma pretende esplicitamente che tali richieste restino riservate, ponendo la piattaforma davanti a un dilemma che il codice open source brasiliano non è in grado di risolvere.

Se a questa selettività geografica si aggiunge il fatto che, da quando Musk ha assunto il controllo della piattaforma, sono praticamente scomparsi i tradizionali report di trasparenza che documentavano sistematicamente i tassi di intervento sulle richieste governative, il quadro complessivo suggerisce che l’apertura del codice sia meno una svolta epocale e più un’operazione di marketing selettiva, pensata per colpire bersagli politicamente convenienti mentre si lasciano nell’ombra i propri.

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