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Starmer autorizza gli USA a usare basi britanniche contro l’Iran dopo aver inizialmente dubitato della legalità dell’operazione. Intanto il Labour perde consenso nelle aree popolari: a Gorton and Denton crolla al terzo posto, segno di una crisi politica sempre più profonda.
starmer tra washington e la crisi del labour
A quasi due anni dall’ingresso a Downing Street, la leadership di Keir Starmer sembra riassumersi in una formula piuttosto singolare: inflessibile con gli elettori, accomodante con gli alleati più potenti. In patria si presenta come il garante della stabilità istituzionale; sul piano internazionale appare sempre più come l’amministratore diligente di una linea strategica decisa altrove, cioè a Washington.
La vicenda dell’escalation contro l’Iran è il caso più evidente. Dopo un iniziale rifiuto, il governo britannico ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare basi militari come RAF Fairford e la strategica installazione di Diego Garcia per operazioni contro obiettivi iraniani. Downing Street ha definito queste azioni “limitati interventi difensivi”, giustificandole con la necessità di proteggere alleati e interessi britannici.
La formula è elegante, ma la sostanza appare meno raffinata. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, lo stesso governo britannico aveva inizialmente espresso dubbi sulla legittimità giuridica delle operazioni statunitensi e israeliane contro Teheran, ritenendo che non rientrassero nella definizione di autodifesa prevista dalla Carta delle Nazioni Unite. Poi qualcosa è cambiato.
Secondo quanto riportato da The Guardian, il governo avrebbe progressivamente rivisto la propria posizione man mano che la tensione regionale aumentava. Il risultato è una curiosa metamorfosi semantica: quella che prima appariva come una guerra giuridicamente discutibile è diventata, con opportuno aggiustamento lessicale, un’operazione compatibile con la sicurezza collettiva.
Una trasformazione piuttosto utile, soprattutto quando bisogna spiegare perché basi britanniche vengono utilizzate per operazioni militari guidate dagli Stati Uniti.
Il prezzo politico della fedeltà atlantica
L’episodio rivela un problema più profondo: il rapporto tra autonomia strategica britannica e fedeltà all’alleanza con Washington. Il Regno Unito, formalmente una potenza militare globale, sembra muoversi sempre più come una piattaforma operativa dell’apparato militare statunitense. Non è la prima volta. Ma la sequenza politica appare particolarmente istruttiva.
Solo poche settimane prima, secondo diverse ricostruzioni, Starmer aveva respinto una richiesta proveniente dall’amministrazione di Donald Trump per l’utilizzo delle basi britanniche nell’attacco contro l’Iran. La decisione aveva suscitato irritazione a Washington, dove lo stesso Trump aveva espresso apertamente la propria delusione. Pochi giorni dopo, tuttavia, la posizione britannica è cambiata.
Nel frattempo era emersa un’altra questione geopolitica: la gestione dell’arcipelago delle Chagos e della base di Diego Garcia. In base a un accordo del 2025, Londra ha accettato di trasferire la sovranità delle isole a Mauritius mantenendo però il controllo della base militare tramite un affitto di 99 anni.
Trump aveva criticato pubblicamente quell’accordo, sostenendo che Diego Garcia fosse un asset strategico fondamentale per operazioni future contro l’Iran. La sequenza politica è quasi pedagogica: prima la reprimenda pubblica, poi l’allineamento. Se l’obiettivo di Starmer era dimostrare affidabilità all’establishment atlantico, il messaggio è stato ricevuto.
Il problema è che questa postura internazionale coincide con una crisi politica sempre più evidente all’interno del Regno Unito.
Il Labour guidato da Starmer sta progressivamente perdendo consenso proprio nei territori che storicamente costituivano la base sociale del partito. La recente elezione suppletiva nel collegio di Gorton and Denton, nella Greater Manchester, ha rappresentato un segnale politico difficile da ignorare.
La candidata dei Verdi, Hannah Spencer, ha vinto con oltre il 40% dei voti. Il partito populista di destra Reform UK è arrivato secondo con circa il 29%. Il Labour è precipitato al terzo posto con poco più del 25%. Per un collegio che non eleggeva un candidato laburista dal 1931, il risultato è stato definito da molti osservatori “sismico”.
Gorton and Denton non è una circoscrizione qualsiasi: è una delle aree più povere d’Inghilterra, con circa il 45% dei bambini che vive sotto la soglia di povertà. In teoria dovrebbe essere il terreno naturale di un partito nato per rappresentare il lavoro e i ceti popolari.
In pratica, sotto la leadership di Starmer, il Labour appare sempre più come una forza amministrativa moderata, impegnata soprattutto a rassicurare mercati, alleati e istituzioni.
Il paradosso è evidente: mentre il governo rafforza la propria fedeltà alla macchina strategica occidentale, il partito perde terreno proprio nelle comunità che dovrebbe rappresentare. Un partito nato per difendere il lavoro organizzato rischia di diventare una tecnocrazia politica rispettabile ma socialmente disancorata.
Nel frattempo la politica estera britannica continua a orbitare intorno alla stessa costante: fedeltà all’alleanza atlantica. Un principio che può garantire stabilità diplomatica ma che, a giudicare dai risultati elettorali, non sembra garantire la sopravvivenza politica.

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