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Starmer si dimette: quarto premier britannico caduto in quattro anni. La costante è la strategia sull’Ucraina e Gaza. Corbyn lo accusa di aver facilitato un genocidio. Un monito per il PD italiano che nessuno ascolterà.
Quattro premier in quattro anni: la Gran Bretagna paga il conto dell’Ucraina (e di Gaza)
Keir Starmer ha annunciato le proprie dimissioni da primo ministro e da leader del Partito Laburista. Lo ha fatto con una frase che vale come epitaffio politico: «Ho ereditato un partito fallito». Il che è già di per sé una lettura discutibile — il partito che guida aveva appena vinto le elezioni del 2024 con una maggioranza storica, ponendo fine a quattordici anni di dominio conservatore — ma lasciamo perdere la revisione autobiografica. Il dato politico è un altro, ed è di quelli che non si possono liquidare con l’analisi del carattere o con le turbolenze interne a Westminster: la Gran Bretagna ha consumato quattro primi ministri in quattro anni. Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak, Keir Starmer. Partiti diversi, stili diversi, retoriche diverse. Una costante sola: la strategia sull’Ucraina.
Dire che il Regno Unito è stato, tra i paesi europei, quello più attivamente impegnato nella prosecuzione del conflitto ucraino è un’osservazione geopolitica, non un giudizio morale. Londra ha fornito armamenti, copertura diplomatica, legittimazione narrativa. Ha costruito la propria identità post-Brexit anche attorno al ruolo di potenza che non tratta, che non cede, che non scende a patti. Ogni premier caduto ha lasciato quella postura intatta, passandola al successore come un’eredità maledetta. E ogni successore l’ha raccolta, convinto di poter gestire meglio ciò che il predecessore aveva mal governato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: quattro crisi di governo in quarantotto mesi, in un paese che si vantava di essere il modello di stabilità istituzionale dell’Occidente.
Corbyn e la bancarotta morale
Le parole più nette sulla fine del premierato Starmer non sono arrivate dai conservatori né dai riformisti interni al Labour. Sono arrivate da Jeremy Corbyn, che del partito è stato leader e che ne è stato successivamente espulso proprio dalla corrente guidata da Starmer. Vale la pena citarle per esteso, perché raramente il giudizio politico raggiunge questa densità: «Keir Starmer avrebbe potuto porre fine alla povertà infantile, ai senzatetto e ai grotteschi livelli di disuguaglianza in questo paese. Invece ha abbandonato chi ne aveva bisogno, distrutto le nostre libertà civili e facilitato il genocidio a Gaza. Questo è il modo in cui verrà ricordato questo primo ministro».
Non è retorica da comizio. È un bilancio. E la parola che Corbyn sceglie — «facilitato» — è quella giuridicamente e politicamente più pesante, perché implica non l’errore ma la complicità attiva. Starmer era un ex procuratore capo, un uomo che aveva costruito tutta la propria carriera pubblica sull’idea di sé come custode del diritto. Aver presieduto al sostegno britannico alle operazioni israeliane a Gaza, in un contesto in cui organismi internazionali parlavano esplicitamente di crimini di guerra, è una contraddizione che nessuna gestione comunicativa avrebbe potuto riassorbire. E difatti non l’ha riassorbita.
Il monito che l’Italia non ascolterà
C’è un passaggio di questa vicenda che riguarda direttamente il dibattito politico italiano, e che i dirigenti del Partito Democratico farebbero bene a considerare con attenzione, ammesso che ne siano capaci. Il Labour di Starmer ha scelto di stare dalla parte sbagliata su Gaza — non per cinismo di realpolitik, ma per una combinazione di calcolo elettorale corto e subalternità atlantica acritica. Ha pagato il prezzo in termini di consenso, di coesione interna, di credibilità morale. Il PD italiano sta percorrendo la medesima traiettoria con la medesima serenità, avallando posizioni che una parte crescente dell’opinione pubblica europea giudica incompatibili con i principi che quei partiti dichiarano di rappresentare.
La storia, come è già successo con le previsioni sull’Iran, non attende il momento conveniente per presentare il conto. Lo presenta quando vuole. E il conto che ha presentato a Starmer — quarto premier britannico a cadere in quattro anni, con un’accusa di bancarotta morale firmata dal suo stesso predecessore — è sufficientemente eloquente da non richiedere ulteriori commenti. Anche se, conoscendo i destinatari, i commenti non arriveranno lo stesso.

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