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Meloni ha costruito il proprio consenso sulla presunta sovranità nazionale, ma ha governato con un allineamento quasi totale agli Stati Uniti. Tra Ucraina, Gaza e rapporti con Trump, il risultato è un’Italia più marginale, senza maggiore peso politico né vantaggi strategici.
Meloni, Trump e il fallimento della sovranità in saldo
Giorgia Meloni ha costruito la propria immagine politica attorno a una parola precisa: sovranità. Difesa dell’interesse nazionale, autonomia strategica, orgoglio italiano. Un lessico che avrebbe dovuto segnare una discontinuità rispetto alle classi dirigenti precedenti, accusate di aver trasformato il Paese in un semplice esecutore delle decisioni altrui. Dopo quasi quattro anni di governo, tuttavia, il bilancio appare assai diverso dalla narrazione. Ed è un eufemismo: siamo al bluff e al fallimento totale.
L’episodio più recente, con le dichiarazioni di Donald Trump e le polemiche che ne sono seguite, ha riportato sotto i riflettori una questione più ampia: quale vantaggio concreto avrebbe ottenuto l’Italia da una linea di fedeltà quasi assoluta verso Washington? La domanda non riguarda soltanto la diplomazia, ma la collocazione internazionale del Paese e i risultati prodotti da questa scelta.
Sul piano economico, l’Italia continua a registrare una crescita debole, una produttività stagnante e una progressiva perdita di peso nei grandi dossier industriali europei. Sul piano geopolitico, Roma ha aderito senza particolari resistenze alle principali direttrici strategiche dell’atlantismo contemporaneo: sostegno all’Ucraina, allineamento alle politiche della NATO, rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e sostanziale accettazione delle priorità definite da Washington.
La promessa implicita era semplice: la fedeltà sarebbe stata ricompensata con maggiore influenza. Ma la politica internazionale non funziona secondo i codici della gratitudine personale. Funziona secondo i rapporti di forza.
La trappola del sovranismo senza sovranità
La contraddizione più evidente dell’esperienza meloniana sta proprio qui. Un governo nato per riaffermare l’autonomia nazionale ha finito per consolidare una delle più marcate forme di dipendenza politica della storia recente italiana.
La retorica sovranista si è rivelata spesso incapace di tradursi in una vera strategia internazionale. Rivendicare la sovranità è relativamente semplice; molto più difficile è costruire gli strumenti economici, diplomatici e industriali necessari per esercitarla. In assenza di questi strumenti, la sovranità diventa uno slogan identitario, utile nelle campagne elettorali ma irrilevante nei tavoli dove si prendono le decisioni.
Il paradosso è che questa debolezza non riguarda soltanto il centrodestra. Da anni anche gran parte del centrosinistra propone una visione speculare, nella quale i conflitti geopolitici vengono sostituiti da una rappresentazione moralistica delle relazioni internazionali. Sovranisti e antisovranisti finiscono così per condividere lo stesso limite: l’incapacità di leggere il mondo come un sistema di interessi, potere e rapporti di forza.
Non sorprende quindi che sulle questioni decisive – dall’Ucraina alla politica economica europea, fino ai rapporti con Israele – le differenze siano spesso molto meno profonde di quanto la propaganda lasci intendere.
L’interesse nazionale non è una dichiarazione d’intenti
La vicenda di Gaza rappresenta forse l’esempio più significativo. Mentre crescevano le critiche internazionali verso il governo israeliano, Roma ha mantenuto una posizione estremamente prudente, evitando qualsiasi iniziativa autonoma capace di distinguersi realmente dalle scelte dei principali alleati occidentali.
La stessa dinamica si è ripetuta nei confronti delle tensioni commerciali e diplomatiche provocate da Trump verso diversi partner europei. L’Italia ha scelto una linea di basso profilo, nella convinzione che l’allineamento avrebbe garantito protezione politica e vantaggi strategici.
È una convinzione che la storia smentisce regolarmente. Le grandi potenze rispettano gli alleati utili, non quelli obbedienti. Quando un Paese rinuncia sistematicamente a negoziare, contrattare e difendere le proprie priorità, finisce inevitabilmente per diventare marginale.
Il punto centrale è che l’interesse nazionale non coincide con la difesa di specifici gruppi economici, di singole categorie o di ristrette cerchie imprenditoriali. Richiede una visione complessiva del ruolo del Paese nel mondo, della sua collocazione strategica e delle alleanze necessarie per tutelarne lo sviluppo.
La Costituzione italiana parla di sovranità popolare, ma la sovranità non è un oggetto che si possiede per diritto naturale. È una costruzione politica che richiede autonomia economica, credibilità internazionale e capacità negoziale.
Il governo Meloni ha spesso evocato questa parola. Molto meno frequentemente ne ha costruito le condizioni concrete.
Alla fine, il risultato appare evidente. L’Italia ha cercato di rafforzarsi appoggiandosi completamente alla potenza dominante. Ma chi entra in una relazione internazionale rinunciando a ogni autonomia scopre prima o poi una regola elementare della politica: chi non difende i propri interessi finirà inevitabilmente per servire quelli degli altri.

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