Repubblica e il tedioso reaganismo di sinistra

Claudio Petruccioli, ex presidente Rai e parlamentare dell’Ulivo interviene su Repubblica: “Crescita e identità, così si rilancia il Pd” ma finisce per citare le vecchie tesi del reaganismo populista neo-liberista.

Il mal sottile quanto pervicace e tedioso del reaganismo di sinistra

Di Fausto Anderlini*

Nello stralunato tormentone che imperversa su Repubblica può capitare qualche perla rara, per precisione e per concisione. L’onore non può che andare a Claudio Petruccioli, già braccio destro di Achille Occhetto nella svolta e grande snob della tribù Pci, Pds, Ds. Pd.

Il quale ha dato una definizione finalmente chiara a quel problema dell’identità del Pd sul quale tanti si affannano: “Esprimere una cultura di governo che ponga al centro del suo agire la crescita, senza la quale non c’è redistribuzione”.

Forse Petruccioli non lo sa, o lo sa anche troppo bene, ma questo è il primo articolo di fede del reaganismo, cioè del populismo neo-liberista.

Con tre corollari necessari: 1. La Repubblica non è fatta di cittadini obbligati dal vincolo sociale, ma da individui la cui buona vita è determinata dalla forza per sè; 2. Più il mercato è libero più crescerà e arricchirà tutti; 3. Lo Stato è il ‘problema’, non per le ingiustizie che possono affliggerlo, ma lo Stato in sè….

Un sistema di pensiero semplice e alla mano e proprio per questo portentoso e di grande successo, al punto di avere inquinato per oltre un trentennio la stessa sinistra. A partire dalla frase per la quale Clinton va famoso e che allora fu posta a fondamento dell’Ulivo mondiale: its economy, stupid.

L’economia ricondotta al suo nucleo domestico-familiare: prima si produce, poi si consuma. Un assioma intuitivamente evidente. Una legge naturale. Per la quale il sistema di mercato è sempre in equilibrio. La distribuzione segue alla produzione. L’offerta crea sempre la propria domanda. La famigerata legge degli sbocchi di J. B. Say, antesignano dell’economia neo-classica, duramente criticata da Marx e da Keynes.

Un assioma intuitivamente evidente per l’economia familiare e per il singolo capitale, ma totalmente infondato per l’economia nel suo complesso e per il ‘capitale in generale’, cioè, come lo intendeva Marx sulla scorta dei classici, in quanto sistema riproduttivo, ovvero circular flow. Anche il singolo processo di creazione di valore parte da un atto distributivo che ne condizionerà l’output.

L’ingaggio della forza-lavoro dietro un anticipo di salario: all’operaio, come a ogni altro lavoro dipendente, una quota del prodotto corrispettiva alla sua riproduzione come tale. Tutto il resto del valore, al netto dei costi di produzione, al possessore del capitale. Il processo di produzione si apre dunque con un atto redistributivo di valenza sociale dettato dal rapporto di forza.

Ma è la società nel suo complesso e nella sua vivente concretezza che si basa su questa distribuzione ex-ante. Nel mentre una parte della ricchezza è investita nella produzione, tutta la parte restante è già redistribuita: beni durevoli e non, azioni, depositi tesaurizzati, la stessa conoscenza ecc. ecc. Tutto il lavoro morto, cioè espresso nel passato, e sinanche nelle epoche precedenti, oggettivato come patrimonio.

Come ha dimostrato Piketty oggi, a seguito del neo-liberismo, la distribuzione della ricchezza è tornata sui livelli dell’800. Anche da noi il primo decile della popolazione controlla oltre il 60 % della ricchezza.

Il modo di produzione determina la distribuzione. Se la produzione deve essere liberata da ogni vincolo, ciò vale anche per il modo della distribuzione. Il neo-liberismo, infatti, postula che la ricchezza tenderà a distribuirsi a vantaggio di tutti senza alcun intervento correttivo: per mera percolazione (trickle down). Più si accresce in alto più ne sgocciolerà in basso. Magari con l’ausilio di qualche forma caritatevole.

Chi recita il mantra della priorità della crescita come tale è un ipocrita o un ingenuo. Se si intende operare a favore della redistribuzione bisogna intaccare anche il modo di produzione. Soprattutto occorre mettere in discussione la distribuzione della ricchezza patrimoniale, cioè ereditata dal passato, prossimo e remoto.

Che la stessa insistenza sulla crescita sia un indice della deriva neo-liberista di tanta gente che si professa ‘riformista’ è dimostrato dal fatto che è del tutto caduta in disuso la nozione di ‘sviluppo’, come caratterizzazione sociale qualitativa della crescita, che era al centro della riflessione di economisti socialisti come Sylos Labini. Una elevata crescita può infatti accompagnarsi ad un levato sottosviluppo sociale.

C’è da dire che l’evoluzione in senso neo-liberista di persone con un passato comunista ha una sua linearità, per quanto perversa. Apparentemente la crescita che si propugna sembra affine a quell’allargamento della base produttiva (e dell’occupazione) che è stata la costante di politica economica del Pci. Ma quella politica aveva un preciso segno sociale e politico.

Lo sviluppo delle forze produttive si faceva derivare dal trasferimento di risorse dalla rendita (agraria, finanziaria, speculativa, monopolistica, tutte forme in sè parassitarie) alla produzione, dunque da una azione sostanziale di redistribuzione.

L’unica vera redistribuzione accolta da questi neofiti del neoliberismo è quella dei cosiddetti diritti legati alla proliferazione delle identità differenzianti. L’io economico trasferito nella sfera dell’Io simbolico-giuridico. Come ha icasticamente affermato Mark Lilla in un brillante volumetto polemico sull’identitarismo scritto dopo la vittoria di Donald Trump (“L’identità non è di sinistra”, Marsilio), null’altro che ‘reaganismo per gente di sinistra’.

* Ripreso da Fausto Anderlini 

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