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Reprimere in patria, indignarsi all’estero: la democrazia a geometria variabile della destra italiana

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La destra italiana invoca la democrazia in Iran ma reprime il dissenso in casa: DASPO, fogli di via, forza pubblica contro proteste pacifiche. Il conflitto sociale diventa reato. E se quelli che hanno bisogno di democrazia fossimo noi?

La democrazia a geometria variabile della destra italiana

C’è una parte consistente della destra italiana che guarda all’estero con l’aria indignata di chi difende la libertà universale, salvo poi coltivare in casa propria una concezione della democrazia sorprendentemente elastica. È la destra che si commuove per le repressioni in Iran, invoca sanzioni morali, si scopre paladina dei diritti civili altrui, ma nel frattempo lavora con zelo per restringere quelli interni.

Una destra che sogna, neppure troppo in segreto, un proprio “Make Italy Great Again”, possibilmente con meno dissenso, meno conflitto sociale e un ordine pubblico finalmente liberato dall’intralcio della politica.

Il paradosso non è nuovo, ma oggi assume tratti quasi caricaturali. Chi denuncia la mancanza di libertà di parola a Teheran chiede con disinvoltura misure sempre più repressive contro chi protesta a Roma, Milano o Torino. Il dissenso viene tollerato solo a condizione che resti invisibile, silenzioso e, soprattutto, innocuo. Se disturba, se occupa uno spazio, se interrompe la routine del consumo, allora smette di essere espressione politica e diventa problema di ordine pubblico.

Reprimere a casa, indignarsi altrove

Negli ultimi anni, strumenti amministrativi nati come misure eccezionali sono diventati prassi ordinaria. Fogli di via, DASPO urbani, divieti preventivi di presenza nello spazio pubblico vengono utilizzati con crescente disinvoltura per colpire attivisti climatici, sindacalisti, militanti politici o persone impegnate nelle battaglie di genere. Non serve una condanna penale: basta il sospetto, l’opportunità, la necessità di “prevenire”.

Il messaggio è chiaro: protestare non è un diritto, ma una concessione revocabile. E come ogni concessione, può essere ritirata quando diventa scomoda. In questo schema, il dissenso non è più parte integrante del conflitto democratico, ma un fastidio da rimuovere, un intralcio alla normale circolazione delle merci, delle persone e, soprattutto, del denaro. Le manifestazioni politiche vengono così ridotte a problemi di viabilità o di decoro urbano, mentre il mondo intorno scivola verso una nuova fase di instabilità globale che avrebbe forse bisogno di più politica, non di meno.

Il dato più inquietante, tuttavia, non è solo istituzionale. È culturale. L’uso della forza contro manifestazioni pacifiche non solo è stato progressivamente sdoganato, ma gode di un consenso diffuso. Le immagini di cariche, manganelli e identificazioni di massa vengono accolte da una parte significativa dell’opinione pubblica con un’alzata di spalle, quando non con un applauso. “Se la sono cercata” è diventata una categoria politica, prima ancora che morale.

L’ordine come ideologia, la democrazia come ornamento

L’ossessione per l’ordine pubblico funziona come ideologia sostitutiva. Non si discute delle ragioni delle proteste, delle condizioni materiali che le generano, dei conflitti sociali che attraversano il Paese. Si discute di come neutralizzarle. L’ordine diventa un valore in sé, sganciato da qualsiasi riflessione sulla giustizia o sulla rappresentanza.

Eppure, la stessa area politica che invoca il pugno duro in patria non perde occasione per presentarsi come paladina della democrazia quando guarda oltreconfine. Il caso iraniano è emblematico: giusta indignazione per la repressione delle proteste, legittima solidarietà alle vittime, ma totale cecità rispetto alle analogie strutturali. Certo, le proporzioni sono diverse, i contesti non sovrapponibili. Ma il principio è lo stesso: il potere che teme il conflitto tende a criminalizzarlo.

Da qui nasce una domanda scomoda, che difficilmente trova spazio nel dibattito pubblico: e se il problema non fosse solo “là fuori”? Se la democrazia non fosse un bene da esportare a colpi di retorica, ma una pratica fragile da difendere quotidianamente, anche – e soprattutto – quando disturba?

Forse il bisogno di democrazia non riguarda soltanto Paesi lontani, evocati per rafforzare la nostra presunta superiorità morale. Forse riguarda anche noi, e il modo sempre più disinvolto con cui accettiamo che il dissenso venga trattato come una devianza da correggere.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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