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Dietro l’attacco alla magistratura e il referendum che ne limita l’autonomia si nasconde un lungo rancore della classe politica nato dopo Tangentopoli. Ma la narrazione del “golpe giudiziario” serve a occultare un processo più ampio: la trasformazione del sistema politico in un parlamentarismo senza partiti e senza conflitto sociale.
La vendetta della politica contro i giudici: trent’anni dopo Tangentopoli
Nell’evocare un plotone d’esecuzione per descrivere la magistratura, l’ottima Bartolozzi concludeva la contumelia abbassando i toni e rivolgendosi all’interlocutore con un timbro più cameratesco, sintomo di una sostanziale affinità elettiva condensata in un sospirato “e lo sai bene”.
Questo fare confidenziale appare ancor più grave della considerazione generale perché sottintende un chiacchiericcio politico sedimentato tra tutti i gruppi fondatori della seconda repubblica. In realtà le ragioni del referendum, che vogliono una limitazione dell’autonomia della magistratura, sono comprese esclusivamente dal personale politico.
Non si vuole con questo tornare su vecchi ritornelli giustizialisti, quando i girotondi dell’aristocrazia progressista sostituirono le istanze popolari nella gerarchia di accesso al buon senso comune di sinistra. Si vuole sottolineare una radicale distanza tra un un apparato rinchiuso nel proprio vocabolario e il resto della popolazione costretto a usare il linguaggio della realtà.
Passati quasi trentacinque anni da Tangentopoli, la versione accreditata tra le fila del personale politico è sempre stata quella di un colpo di mano dell’ordine giudiziario in uno scontro istituzionale tra poteri dello Stato. I socialisti del vecchio Psi, per esempio, sono i più grandi sostenitori di questa versione consolatoria del terremoto costituzionale iniziato con Mani Pulite.
L’acredine nei confronti dei magistrati, dunque, è rimasto un sottofondo dei pettegolezzi parlamentari, una resa dei conti che un giorno avrebbe riequilibrato i giudizi collettivi sul passato. Peccato però che il bersaglio è sempre stato sbagliato. Tangentopoli non fu espressione di una lotta interna ai poteri dello Stato. Fu strumento di un golpe indirizzato da forze esterne allo Stato.
Ciò che si voleva disintegrare era proprio l’assetto costituzionale del Paese, la sua impronta lavorista, egalitaria, poggiata sul principio di democrazia sostanziale, attenta alle limitazioni pubbliche all’espansione indefinita del principio di massimo profitto capitalista. Quel nuovo clima culturale accolse in contemporanea, con acritico fervore, l’avvento di Maastricht e dei suoi dispositivi incentrati sulla concorrenza, in aperta contraddizione con la Costituzione italiana. La liberalizzazione dei capitali brindava sulla pelle dei lavoratori.
La riforma Nordio prosegue nell’opera di demolizione dell’assetto costituzionale italiano, proprio nel solco tracciato da Tangentopoli dunque. Ma questo paradosso la classe politica non è in grado di ravvisarlo. Ormai il nostro è un parlamentarismo senza partiti, senza indicazioni di indirizzo politico, un tempo espresse nelle mozioni di fiducia. Il personale istituzionale è un ceto professionale che sbriga affari inerenti agli interessi specifici del proprio ordine. Non può avere alcuna consapevolezza della totalità delle cose perché non è chiamato ad occuparsene.
Questo era il sogno del Partito radicale di Pannella e soci. Oggi totalmente compiuto. La sfera politica doveva raggruppare tanti individui, tante personalità per opinioni espresse, per inclinazioni caratteriali, per peculiarità carismatiche, ma non per convinzioni profonde sulla società o per condizioni di classe sociale. In alcun modo avrebbe potuto rappresentare la questione del conflitto verticale tra capitale e lavoro, per esempio. Solo difese corporative e battaglie culturali. Motivo per cui niente è più credibile di quel “e lo sai bene”. Loro sanno di cosa parlano.

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