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Le lodi di Mattarella agli Emirati mettono a nudo una diplomazia che sacrifica coerenza e diritti sull’altare di armi, petrolio e alleanze opache. Tra Libia, Sudan e silenzi selettivi, la realpolitik diventa complicità.
Diplomazia a lume di petrolio
Quando il capo dello Stato italiano si reca in visita ufficiale negli Emirati Arabi Uniti e si abbandona a una sequenza di elogi senza condizioni, la questione non è più solo diplomatica. Diventa politica, etica e strategica. Abu Dhabi non è un innocuo partner commerciale, né un laboratorio di modernizzazione illuminata: è una potenza autoritaria che esercita la propria influenza regionale attraverso alleanze opache, guerre per procura e traffici militari che smentiscono ogni retorica di stabilità.
Eppure, nel teatro delle relazioni internazionali, il linguaggio dell’energia, delle commesse militari e degli investimenti sembra avere la precedenza su qualsiasi principio. L’Italia non si limita a commerciare con gli Emirati: li considera un perno della propria proiezione nel Mediterraneo allargato, dall’Africa settentrionale al Golfo. Una scelta legittima, si dirà. Ma quando la diplomazia si trasforma in celebrazione, il confine tra realpolitik e complicità rischia di dissolversi.
Gli Emirati sono oggi tra i principali acquirenti di sistemi d’arma occidentali e, al tempo stesso, tra i maggiori redistributori regionali di materiale bellico. Non semplici clienti, dunque, ma attori militari a pieno titolo. Il problema è che questa proiezione non avviene in nome della sicurezza collettiva, bensì attraverso reti informali che alimentano conflitti già devastanti.
Guerre per procura e silenzi selettivi
Nel caos libico, Abu Dhabi è uno dei principali sponsor del generale Khalifa Haftar, figura che rappresenta l’opposto di qualsiasi processo democratico. L’Italia, che ufficialmente sostiene il percorso di stabilizzazione promosso dalle Nazioni Unite, si ritrova così a stringere la mano a uno dei principali finanziatori del suo più temibile sabotatore. Un cortocircuito geopolitico che non viene mai esplicitato, come se la coerenza fosse un optional negoziabile.
Ancora più grave è il ruolo degli Emirati nel conflitto sudanese. Attraverso le rotte che passano dalla Libia e dal Ciad, flussi di armi e mercenari raggiungono le Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti: una milizia responsabile di massacri, pulizie etniche e sistematiche violazioni dei diritti umani. Non si tratta di illazioni, ma di ricostruzioni sostenute da inchieste internazionali. Eppure, nel linguaggio ufficiale, il Sudan resta una tragedia lontana, quasi astratta, priva di responsabili riconoscibili.
Il silenzio di Sergio Mattarella su quanto accaduto ai carabinieri italiani in Cisgiordania appare come l’ennesimo segnale di una diplomazia che sceglie con cura le proprie indignazioni. Quando a essere coinvolti sono attori strategici, le parole si fanno prudenti, se non inesistenti. Il principio è semplice: non disturbare chi investe, compra armi, garantisce forniture energetiche.
Così, mentre si celebrano i “partner affidabili”, si rimuove la realtà di un sistema di potere che prospera sull’instabilità altrui. La retorica dell’amicizia tra Stati diventa una cortina fumogena dietro cui si consuma una politica estera senza bussola morale.
Non è questione di ingenuità, ma di scelta: quella di accettare che il prezzo dell’influenza sia la rinuncia a qualsiasi pretesa di coerenza. E quando la diplomazia smette di interrogarsi sulle proprie conseguenze, non è più realismo: è semplice cinismo istituzionale.

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