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L’uscita di Gualmini riaccende il dibattito sul Pd, ma il problema non è un nome: è un modello fatto di cooptazioni, carriere lampo e sezioni svuotate. Senza base militante e identità solida, nessuna “potatura” rigenera un partito in declino strutturale.
L’addio della Gualmini che non cambia nulla
– Fausto Anderlini*
“Guarirsi da soli”. Lo disse una volta D’Alema, traendo la frase dal suo repertorio sarcastico: il Pd è guarito da solo. Il can can attorno a questo addio è un mistero che la dice lunga sulla merce esposta in vetrina. Della Gualmini so poco o nulla, salvo voci mai verificate che circolavano ai tempi del “passepartout” circa una certa volatilità nella militanza. La sua carriera politica è stata fulminante, come tante nel nuovo Pd. Anche suo marito (il Vassallo) era un giovane politologo del Cattaneo, munito di qualche titolo in sociologia elettorale, che fu issato da Veltroni a costituente statutario del Pd, cosa che gli valse anche un passaggio parlamentare, purtroppo non doppiato.
La Gualmini fu issata da Bonaccini, per cooptazione, alla vicepresidenza della Regione senza passare per il voto e di lì ha poi guadagnato il Parlamento europeo, dove tuttora siede. Una generosa agibilità “riformista” durata molto più a lungo di quanto occorso a Calenda, che si giocò la buona fede del mite Zingaretti in un baleno. Il fatto che si sia rimpatriata con Calenda anziché con Renzi, del quale fu strenua sostenitrice, la dice lunga su un certo eccesso di autostima.
La tendenza di molti politologi a transitare nella schiera dei forbiti politicanti è del resto una comprova dello scarso statuto epistemologico della disciplina, nonché di un più generale scadimento della politica: una sorta di laurea brevis, senza faticoso curriculum di “merda, sangue e filosofia” nell’accesso alle cariche.
Sempre a proposito di escrementi e politica, ricordo un aneddoto. In tempi remoti incrociai con lei qualche polemica sui social, in punta di penna e poco altro. Fu forse per questo che un giorno fui contattato da un maresciallo dei carabinieri che mi invitò a una prova calligrafica per via di una lettera anonima, intrisa di sterco, inviata ai due coniugi, mi pare da Milano. Ancora adesso mi domando chi suggerì di accostare il mio nome a questo atto scellerato, girandolo alla Benemerita. Mi guardai bene dall’andare in caserma e suggerii piuttosto un’analisi puntuale delle feci.
Può questa rondine che spicca il volo verso i caldi e tempestosi mari del calendismo fare primavera nel Pd, come suggerisce l’amico Bruno Gravagnuolo? Può il Pd tornare a uno stato decente liberandosi di queste infestanti personalità del ciclo renziano? Così, per default, aspettando che le mele marce — o comunque di altra specie — tolgano il disturbo di loro sponte? Ne dubito assai. Altra cosa sarebbe una sana e volitiva potatura dei rami secchi di sapore staliniano. Ma la potatura è efficace se il tronco è sano e robusto. Cosa che non è.
Me ne rende edotto l’amico Monesi, ex sindaco di Castel Maggiore, l’ultimo targato Pds, che incontro sotto casa mentre mi reco ai bidoni dell’indifferenziata carico di sporte. Mi ricorda come un tempo nel glorioso comune sulla Galliera vi fossero 2.500 iscritti, mentre oggi sono appena 150: per metà una stocastica pattuglia di homines novi di ignota cultura ed estrazione, per metà residui di una melanconica abitudine. Quelli, per intenderci, a cui piace Bersani. Anche se se ne andassero tutte le Gualmini della prima metà, si farebbe poca strada.
Restando ai paraggi, nel gioco dell’inerzia, l’unico che potrebbe trarre beneficio dalle mosse della Gualmini sarebbe Lepore, ove ella si candidasse alla guida del Comune. Un’antipatia congenita che vale come garanzia: una botte di ferro per doppiare il mandato senza colpo ferire. Ma dubito che accada. Ci penserà l’amico Mauro Felicori a farla desistere dall’insano proposito.

* Per gentile concessione di Fausto Anderlini
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