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Nel 2025 l’occupazione israeliana è accelerata: colonie record in Cisgiordania, decine di migliaia di sfollati, Gaza isolata. Mentre Netanyahu incontra Trump, 37 ONG vengono espulse e l’Occidente continua a chiamare “stabilità” la normalizzazione dell’ingiustizia.
Il 2025 della Palestina? Colonie, sfollamenti e l’espulsione dell’umanitario
Il 2025 per i palestinesi è stato l’ennesimo capitolo di una storia che l’Occidente finge di non conoscere più. Uccisioni, sfollamenti, demolizioni, espulsioni amministrative: tutto avviene alla luce del sole, ma con la rassicurante copertura di un lessico tecnico e di un silenzio diplomatico ormai strutturale. Mentre Benjamin Netanyahu stringeva mani a Mar-a-Lago, sul terreno l’occupazione accelerava, senza bisogno di proclami. La forza, quando è diventata norma, non ha più bisogno di spiegazioni.
L’alleanza che parla di pace e pratica l’espansione
I resoconti della stampa israeliana sull’incontro tra Netanyahu e Trump raccontano convergenze e “qualche divergenza”. Una formula elegante per descrivere un rapporto in cui Washington chiede stabilità e Tel Aviv continua a imporre fatti compiuti. Analisti come Nahum Barnea hanno colto il nodo: la Casa Bianca punta a risultati rapidi e a un contenimento del caos regionale, Israele resta ancorato alla minaccia militare permanente, dall’Iran alla Siria, passando per Gaza.
Trump, secondo Maariv, vorrebbe sbloccare il dossier della Striscia “a ogni costo”, ipotizzando persino un ruolo turco, e allo stesso tempo evitare uno scontro diretto con Teheran. Ma l’ambiguità è la vera moneta di scambio. Haaretz segnala come il presidente statunitense abbia evitato accuratamente di esporsi sulla seconda fase della tregua a Gaza e sugli assetti di sicurezza regionali. Traduzione: mano libera a Netanyahu, purché il conflitto resti gestibile mediaticamente.
Non a caso, mentre il premier era negli Stati Uniti, in Cisgiordania entrava in vigore un nuovo ordine militare firmato dal generale Avi Bluth. L’area della colonia di Homesh è stata ampliata, insieme ad altri insediamenti sostenuti apertamente dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Comunità palestinesi intrappolate, ritorni programmati dei coloni a Sa-Nur, piani edilizi approvati come se si trattasse di normali operazioni urbanistiche. Nel 2025 le gare d’appalto per le colonie hanno toccato il record di 5.667 nuove abitazioni: numeri da piano regolatore, non da occupazione militare.
Dalla Cisgiordania a Gaza: l’umanitario sotto accusa
Se la Cisgiordania viene lentamente ridisegnata, Gaza viene progressivamente isolata. L’offensiva israeliana nelle aree di Jenin, Tulkarem e Nablus ha prodotto decine di migliaia di sfollati. Secondo l’UNRWA, oltre 32.000 rifugiati – tra cui 12.000 bambini – non possono rientrare nei campi da cui sono stati cacciati. Scuole e centri sanitari restano chiusi, mentre le immagini satellitari mostrano una distruzione sistematica: fino al 52% degli edifici danneggiati in alcune aree.
A questo si aggiunge un passaggio decisivo e meno visibile: la criminalizzazione dell’azione umanitaria. Da mezzanotte, 37 organizzazioni internazionali diventano di fatto fuorilegge a Gaza. Medici Senza Frontiere, Oxfam, ActionAid: nomi che fino a ieri rappresentavano l’ultimo argine alla catastrofe. Le nuove regole imposte da Tel Aviv pretendono dati sensibili sui dipendenti palestinesi e sulle loro famiglie, senza alcuna garanzia sull’uso di quelle informazioni. Un ricatto amministrativo che viola leggi nazionali e internazionali, ma che serve a un obiettivo preciso: ridurre lo spazio dell’assistenza indipendente.
Come ha spiegato Oxfam Italia, anche accettando queste condizioni le ONG resterebbero esposte a espulsioni arbitrarie, motivate da accuse vaghe come “delegittimazione dello Stato d’Israele” o appelli al boicottaggio. Definizioni elastiche, politiche, utilizzabili contro chiunque. Persino la semplice distribuzione di aiuti può diventare un atto ostile.
La reazione internazionale è stata, prevedibilmente, timida. Alcuni ministri degli Esteri europei e non solo hanno espresso “preoccupazione”. L’Italia, nel frattempo, osserva. Intanto gli Stati Uniti assegnano a Boeing un contratto da 8,6 miliardi di dollari per nuovi caccia F-15 destinati a Israele. La tregua viene violata, Gaza bombardata per svuotare aree oltre una “linea gialla” tracciata unilateralmente, e l’Occidente continua a parlare di equilibrio.
Il 2025 palestinese non è stata una tragedia improvvisa. È un sistema che funziona perfettamente: colonie che crescono, campi che si svuotano, ONG che scompaiono. E una comunità internazionale che, ancora una volta, scambia la gestione dell’ingiustizia per realismo politico.

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