www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
La nuova legge elettorale promessa come “stabilizzante” introduce premio di maggioranza e liste bloccate che alterano il rapporto tra voti e seggi. Con simulazioni che favoriscono l’attuale maggioranza, il referendum diventa giudizio politico sull’equilibrio democratico.
Ora Meloni vuole lo stabilicum
Si chiama “Stabilicum”, ma il nome tradisce l’intenzione. Quando una legge elettorale promette stabilità, di solito significa che qualcuno vuole stabilizzare sé stesso.
La maggioranza di governo ha depositato alle Camere una proposta che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe mettere fine all’instabilità cronica del sistema politico italiano. Nella sostanza, però, il meccanismo sembra costruito per blindare l’attuale esecutivo anche in presenza di un consenso in calo. Non è un dettaglio tecnico: è una scelta politica.
Il nuovo impianto prevede una base proporzionale solo apparente. Restano soglie di sbarramento al 3%, ma soprattutto entra in scena un premio di maggioranza consistente: se una coalizione raggiunge il 40% dei voti validi, ottiene un pacchetto aggiuntivo di seggi tale da garantirle un controllo ampio delle Camere.
Alla Camera, secondo alcune simulazioni circolate su stampa e televisioni, si passerebbe da un equilibrio sostanziale con l’attuale Rosatellum (192 seggi al cosiddetto “campo largo”, 186 alle destre) a una maggioranza di 228 seggi per la coalizione di governo, contro 147 all’opposizione. Al Senato, il divario si allargherebbe ulteriormente.
Non è solo questione numerica. Con una maggioranza così strutturata, il controllo sull’elezione del Presidente della Repubblica e, se passasse la riforma della giustizia, sui nuovi assetti del Csm diventerebbe politicamente decisivo. La rappresentanza si comprimerebbe in nome della governabilità. E governabilità, si sa, è una parola che suona bene finché non si scopre che significa “poter fare tutto senza ostacoli”.
Il problema non è la stabilità in sé. Un sistema politico ha bisogno di esecutivi capaci di agire. Ma quando la stabilità viene ottenuta alterando la proporzione tra voti e seggi, il confine tra efficienza e forzatura si assottiglia. Il Rosatellum era già oggetto di critiche per la sua scarsa linearità; lo Stabilicum, nella versione proposta, accentua ulteriormente la distanza tra volontà popolare e composizione parlamentare.
Premierismo e torsione istituzionale
Il disegno non si esaurisce nella legge elettorale. Si inserisce in un quadro più ampio: riforma della giustizia, tensioni con la magistratura, ipotesi di rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio. L’idea di una “Premier della Nazione” attorno a cui ruota l’intero sistema istituzionale modifica l’equilibrio tra poteri. Il rischio è quello di un Parlamento progressivamente subordinato all’esecutivo e di un Capo dello Stato ridimensionato nel suo ruolo di garante super partes.
In un contesto segnato da una campagna referendaria polarizzata, con il timore di un risultato negativo per il governo, la proposta di nuova legge elettorale appare anche come una risposta preventiva. Se il consenso si incrina, si interviene sulle regole del gioco. È una dinamica già vista in altri sistemi: quando il terreno diventa incerto, si ridisegna il campo.
I sostenitori della riforma parlano di chiarezza, di fine dei “carrozzoni”, di maggioranze certe. Gli oppositori vedono una blindatura del potere. Nel mezzo, un dato strutturale: l’astensionismo crescente. Ogni legge che aumenta la distanza tra elettori ed eletti rischia di alimentare ulteriormente la disaffezione. E una democrazia con metà del corpo elettorale a casa è stabile solo in apparenza.
La questione di fondo resta una: le regole devono garantire alternanza possibile o continuità programmata? In teoria, una maggioranza che ottiene più voti ha diritto a governare. In pratica, il meccanismo proposto potrebbe consentire di governare a lungo anche senza una maggioranza reale nel Paese. È una differenza sottile ma decisiva.
Il referendum di fine marzo si carica così di un significato che va oltre il merito tecnico. Diventa un giudizio politico sull’indirizzo complessivo dell’esecutivo. Se prevarrà il NO, la riforma si fermerà. Se prevarrà il SÌ, la torsione in senso maggioritario sarà un dato acquisito.
La stabilità è un valore. Ma lo è anche la rappresentanza. Sacrificare la seconda alla prima può produrre governi forti e istituzioni fragili. E quando le istituzioni si indeboliscono, la stabilità diventa solo un’altra parola d’ordine.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













