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NATO e difesa europea vengono presentate come necessità inevitabili, ma eludono la domanda centrale: da chi e per chi dobbiamo difenderci? Tra minacce selettive e spese militari crescenti, la sicurezza diventa ideologia e affare.
Difesa o feticcio: quando la sicurezza al potere e non ai cittadini
Nel dibattito pubblico europeo la parola “difesa” è diventata un riflesso pavloviano: la si pronuncia e immediatamente compaiono carri armati, percentuali di Pil, alleanze militari considerate dogmi. Poco spazio resta per una domanda elementare, quasi imbarazzante nella sua semplicità: difesa da chi, e per proteggere che cosa? È da questa rimozione originaria che nascono la persistenza della NATO come struttura autoreferenziale e la tentazione di una difesa comune europea che rischia di essere la sua fotocopia, con bandiera diversa.
Non è un caso che Paesi come Irlanda e Austria, rimasti fuori dall’Alleanza Atlantica, appaiano oggi come anomalie virtuose. La loro neutralità non li ha trasformati in prede indifese, né in periferie instabili del continente. Al contrario, ha consentito loro di evitare l’automatismo per cui la sicurezza coincide con l’acquisto compulsivo di armamenti e con l’allineamento a strategie decise altrove.
Al polo opposto, l’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO viene celebrato come una conquista storica, ma somiglia più a una rinuncia: quella a un’autonomia strategica che aveva garantito decenni di stabilità senza inchinarsi a nessun blocco.
La NATO dopo la fine del suo alibi
La NATO nasceva come risposta al Patto di Varsavia. Il Patto di Varsavia non esiste più da oltre trent’anni; la NATO, invece, prospera. Non come strumento di risoluzione dei conflitti – che infatti non ha mai risolto – ma come macchina burocratica e politica capace di riciclare classi dirigenti e orientare enormi flussi di spesa pubblica verso l’industria bellica, prevalentemente statunitense. Ogni crisi internazionale in cui è intervenuta è stata aggravata, non sanata; ogni allargamento è stato giustificato come “difensivo”, salvo poi produrre nuove linee di frattura.
Parlare di difesa comune europea rischia di essere un esercizio di fantasia istituzionale. Un esercito non è un parlamento: non funziona per compromessi, ma per catene di comando. Chi comanderebbe? Un generale francese? Tedesco? Polacco? E chi fornirebbe le armi? I grandi gruppi industriali europei in competizione tra loro, o – più realisticamente – ancora una volta gli Stati Uniti, già garanti di fatto e fornitori di sistema? La risposta è implicita: una difesa europea così concepita sarebbe una NATO con un logo diverso, ma con gli stessi vincoli e le stesse dipendenze.
Minacce immaginarie e paure selettive
La fragilità di questo impianto emerge quando si prova a definire la minaccia. Fino a ieri il pericolo assoluto era il terrorismo jihadista, contro il quale gli eserciti convenzionali si sono rivelati largamente inefficaci. Oggi il terrorismo scompare dall’agenda e il male assume un solo volto: la Russia. Un Paese dotato di migliaia di testate nucleari, contro cui si finge di poter costruire deterrenza con carri armati che hanno mostrato limiti evidenti persino nei conflitti convenzionali.
Nel frattempo, altre forme di violenza tecnologica avanzata vengono trattate con sorprendente indulgenza. Attacchi mirati, eliminazioni extragiudiziali, operazioni coperte che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza sono ormai realtà operative di Stati alleati. Eppure, non rientrano nel perimetro delle paure ufficiali. Così come viene minimizzato il rischio che deriva dal finanziamento massiccio e poco controllato di apparati militari in contesti segnati da corruzione endemica. Qui la difesa diventa fede, non analisi.
La verità è che la sicurezza non nasce dall’accumulo indiscriminato di armi, ma dalla capacità di non creare le condizioni politiche, economiche e simboliche che rendono un attacco conveniente.
La neutralità svizzera o la scelta radicale della Costa Rica – priva di esercito – mostrano che esistono modelli diversi, fondati su credibilità diplomatica e assenza di aggressività strutturale. Chi avrebbe oggi un reale interesse ad attaccare un Paese europeo che non si propone come avamposto militare di qualcun altro?
Chi difendiamo, davvero?
C’è poi una domanda ancora più scomoda: chi stiamo difendendo? I cittadini compressi da salari stagnanti, servizi pubblici impoveriti e sanità in affanno? O piuttosto assetti di potere che chiedono sacrifici in nome di una sicurezza astratta, mentre garantiscono a se stessi continuità di privilegi e carriere? La retorica della bandiera serve spesso a occultare questo slittamento: la difesa dei confini diventa la difesa delle poltrone.
Finché la difesa continuerà a essere pensata come un riflesso ideologico e non come una scelta razionale, resterà un eccellente affare per pochi e una pessima idea per molti.

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