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Lavrov dichiara esaurita la fiducia russa nei negoziati, citando accordi disattesi dal 2014 al 2022. Zaluzhny avverte: la Russia non ha perso la guerra, punta sul logoramento. Ad Ankara la Nato stanzia 140 miliardi senza gli USA, mentre Praga fissa una scadenza al 20 settembre.
Lavrov chiude ai negoziati, Zaluzhny avverte: “La Russia non ha perso”
Le parole scelte dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, pronunciate durante un incontro a Maputo con rappresentanti governativi mozambicani, meritano attenzione non tanto per la loro carica retorica quanto per ciò che segnalano sul piano strategico: la Russia sembra aver definitivamente archiviato l’ipotesi di trattare con un Occidente che, a suo giudizio, ha smesso persino di fingere interesse per una soluzione negoziata.
Lavrov ha ricostruito una sequenza precisa di precedenti, gli accordi del 2014, del 2015, del 2019 e infine quello del 2022 raggiunto direttamente tra Mosca e Kiev, sostenendo che in ogni singolo caso le garanzie occidentali si sarebbero rivelate carta straccia, violate sistematicamente da chi le aveva sottoscritte. La conclusione a cui giunge il capo della diplomazia russa non lascia spazio ad ambiguità interpretative: la buona volontà e la speranza nei confronti dell’Occidente sarebbero, testualmente, esaurite.
È un linguaggio che segna un cambio di registro rispetto alla consueta cautela diplomatica, e che va letto in parallelo con un dettaglio tutt’altro che secondario: secondo la ricostruzione russa, gli europei sarebbero passati dall’invocare formalmente il dialogo al lanciare veri e propri ultimatum a Mosca. Che si tratti di un’analisi accurata della postura occidentale o di una narrazione costruita ad arte per giustificare l’irrigidimento russo, poco importa ai fini pratici: il risultato concreto è una Mosca che si presenta pubblicamente come attore che non ha più alcun incentivo a considerare la via negoziale come percorribile, spostando così l’asse del conflitto verso una logica di esaurimento reciproco piuttosto che di soluzione diplomatica.
L’allarme di Zaluzhny: Kiev avverte che la Russia non ha affatto perso
A rafforzare, paradossalmente, la lettura offerta da Lavrov arriva un contributo che difficilmente si potrebbe sospettare di simpatie filorusse: l’editoriale firmato da Valerij Zaluzhny, ex capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine e attuale ambasciatore a Londra, pubblicato sul Telegraph con un titolo che da solo vale l’attenzione mediatica ricevuta — “Non crediate che la Russia abbia perso la guerra”. Zaluzhny, figura che ha comandato le forze armate ucraine nella fase più drammatica del conflitto, non si limita a un generico appello alla prudenza: delinea una strategia russa che, a suo giudizio, punta sempre meno su rapide avanzate territoriali e sempre più su un logoramento sistematico — economico, militare e psicologico — della resistenza ucraina.
Il dato che Zaluzhny sceglie di sottolineare riguarda le riserve strutturali di cui Mosca dispone ancora: manodopera e capacità industriale in settori critici, tra cui la produzione di missili balistici, un vantaggio che la sola difesa aerea ucraina non sarebbe in grado di compensare integralmente. Ma la variabile che l’ambasciatore giudica davvero decisiva non è di natura militare, bensì politica: la tenuta del sostegno internazionale a Kiev. E qui l’analisi si fa esplicitamente inquieta, con riferimenti diretti ai cambiamenti politici avvenuti a Washington e alle persistenti divisioni interne europee, elementi che sollevano interrogativi legittimi sulla possibilità di mantenere indefinitamente l’attuale livello di assistenza. Detto da chi ha guidato l’esercito ucraino nei momenti più critici della guerra, non è un allarme che si possa liquidare come pessimismo strategico fine a sé stesso.
Le riflessioni di Zaluzhny arrivano peraltro a ridosso del vertice Nato di Ankara, conclusosi con un impegno finanziario tutt’altro che simbolico: 140 miliardi di euro destinati al sostegno ucraino nel biennio 2026-2027, sottoscritti da tutti i Paesi membri con la significativa eccezione degli Stati Uniti. Un dettaglio che merita di essere sottolineato con la dovuta ironia: l’alleato storicamente più determinante sul piano militare e finanziario si smarca proprio nel momento in cui la solidità del fronte occidentale diventa, secondo lo stesso Zaluzhny, la variabile decisiva per l’esito della guerra. Se l’obiettivo era trasmettere un segnale di coesione, il risultato ottenuto racconta piuttosto l’esatto contrario.
A completare il quadro interviene la dichiarazione del presidente ceco Petr Pavel, che ha fissato una scadenza politica tutt’altro che casuale: Kiev avrebbe tempo per riattivare colloqui di pace con Mosca fino alle elezioni per la Duma russa del prossimo 20 settembre. Superata quella data, secondo Pavel, Putin potrebbe optare per un’escalation attraverso la mobilitazione generale — scenario che, se confermato, trasformerebbe l’attuale fase di stallo diplomatico in un’ulteriore accelerazione del conflitto, proprio mentre l’Occidente discute cifre di sostegno pluriennale senza però risolvere la domanda di fondo che Lavrov ha posto con brutale chiarezza: perché la Russia dovrebbe ancora fidarsi di negoziare con controparti che, a suo dire, hanno già dimostrato in tre occasioni distinte di non rispettare gli accordi sottoscritti?
La combinazione di questi elementi — l’irrigidimento verbale di Mosca, l’allarme lanciato da chi ha comandato l’esercito ucraino, la defezione americana dal pacchetto finanziario di Ankara e la scadenza politica indicata da Praga — compone un quadro in cui la finestra per un negoziato credibile appare sempre più stretta, mentre le condizioni materiali per un ulteriore inasprimento del conflitto sembrano, al contrario, moltiplicarsi.

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