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Netanyahu rifiuta una sentenza della Corte Suprema aprendo la strada a un possibile disconoscimento delle elezioni. Dietro c’è una crisi più profonda: Israele diviso in quattro “tribù” incompatibili, come profetizzò Rivlin nel 2015. La guerra tiene sopite le fratture, non le risolve.
Netanyahu ostaggio di se stesso: quando un premier sceglie la propria libertà personale al posto dello Stato di diritto
Nessun bollettino di guerra, nessun raid, nessun missile: per una volta la crisi israeliana si manifesta attraverso un episodio apparentemente minore, una controversia amministrativa legata a un canale televisivo. Eppure è proprio da lì che conviene partire per capire qualcosa che i media internazionali raccontano solo a intermittenza, complice la presa ancora solida della propaganda ufficiale: la società israeliana si è radicalizzata assai più di quanto la narrazione dominante lasci intendere.
Guardare lo stato di guerra permanente israeliano con gli occhi di un osservatore esterno, senza adottare la prospettiva interna a Tel Aviv, porta inevitabilmente a leggerlo come un autolesionismo strategico incomprensibile. Ma se si osserva da dentro, la logica cambia: quella guerra permanente non è un incidente di percorso, è la valvola che tiene compresse fratture sociali che, altrimenti, esploderebbero.
Il Governo contro la Corte Suprema
La Corte Suprema israeliana ha stabilito che l’autorità di regolamentazione radiotelevisiva (“Second Authority”) può continuare a operare con il vecchio consiglio di amministrazione e ha bloccato i tentativi del governo di sostituire i membri per influenzare il controllo su Channel 13. In risposta, il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha votato per respingere la decisione della Corte, innescando una grave crisi costituzionale.
Questa vicenda potrebbe apparire, a un primo sguardo distratto, una controversia tecnica. Ma come ha osservato Allon Altaras sul Fatto Quotidiano, dietro quella che sembra una disputa amministrativa si nasconde un precedente politico ben più inquietante: l’esecutivo Netanyahu sta costruendo, pezzo dopo pezzo, la cornice giuridica che gli permetterebbe, un domani, di non riconoscere l’esito di elezioni sfavorevoli. Fantapolitica? Forse. Ma vale la pena chiedersi cosa abbia trasformato un politico storicamente pragmatico, presente ai vertici del potere israeliano fin dal 1996, in un leader disposto a scardinare pilastri istituzionali che fino a pochi anni fa nessuno avrebbe osato toccare.
La chiave di lettura più convincente non riguarda tanto l’ideologia quanto la condizione personale in cui Netanyahu si trova oggi: quella di un ostaggio politico e giudiziario del proprio stesso sistema di alleanze. Non è in gioco soltanto la sua eredità storica, quella, in fondo, “lascia il tempo che trova”, ma la sua libertà personale.
I processi per corruzione e abuso d’ufficio pendono sopra la sua testa da anni, ma a questi si aggiunge un fattore potenzialmente più esplosivo: prima o poi qualcuno dovrà rispondere di ciò che è accaduto il 7 ottobre, e in una società israeliana ormai profondamente radicalizzata il rischio concreto è che si arrivi a un clima da processo sommario, dove i tempi della giustizia vengono compressi per ottenere un effetto dimostrativo immediato più che un accertamento rigoroso dei fatti.
Netanyahu lo sa perfettamente, ed è proprio questa consapevolezza a spiegare la sua scelta politica più recente: assecondare sistematicamente le richieste delle componenti più estremiste della sua coalizione, un processo di allineamento che non nasce affatto dal 7 ottobre, ma affonda le radici in una traiettoria di radicalizzazione israeliana che si può far risalire almeno al 2010.
Le quattro tribù di Israele: la diagnosi profetica di un presidente che nessuno ha voluto ascoltare
Per comprendere davvero la crisi attuale bisogna tornare al 2015, quando Reuven Rivlin, all’epoca presidente dello Stato — carica prevalentemente rappresentativa ma non priva di autorevolezza morale, pronunciò un discorso che oggi suona quasi profetico. Rivlin, esponente dello stesso Likud di Netanyahu ma di sensibilità politica assai diversa, descrisse Israele come un Paese ormai frammentato in quattro tribù distinte, prive di reale coesione interna e legate tra loro da una logica di competizione a somma zero: ciascun gruppo cerca di massimizzare il proprio potere a scapito degli altri, in una segregazione sociale che si manifesta in scuole separate, media separati, persino luoghi di svago separati.
Il primo gruppo è quello laico, storicamente maggioritario e determinante sul piano economico: sono i quadri professionali, in particolare quelli legati all’industria tecnologica che ha reso Israele una potenza dell’innovazione. Ma il loro peso demografico relativo è in costante contrazione.
Il secondo gruppo è quello dei sionisti religiosi, rappresentato oggi da figure come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, portatori di un progetto ideologico, quello della “Grande Israele“, che fonde nazionalismo territoriale e messianismo religioso in una combinazione che l’ortodossia ebraica tradizionale considera, non a caso, quasi eretica. Numericamente minoritari, questi settori hanno però costruito un’architettura di partiti e organizzazioni capace di amplificare enormemente la propria influenza politica reale.
Il terzo gruppo è quello degli haredim, gli ultraortodossi, sostenuti economicamente dallo Stato per dedicarsi a tempo pieno allo studio dei testi sacri e formalmente esentati dal servizio militare. È la componente demograficamente più dinamica della popolazione israeliana, con tassi di natalità che sfiorano i cinque-sei figli per donna, ma rappresenta al tempo stesso un onere economico crescente per le casse pubbliche, oltre a nutrire una tensione teologica non risolta con il sionismo stesso, che una parte della tradizione ebraica ortodossa considera un’eresia perché “forza la mano di Dio” nell’accelerare artificialmente il ritorno alla Terra Promessa.
Il quarto gruppo, infine, è quello degli arabo-israeliani: ai margini della rappresentanza politica ma anch’essi demograficamente dinamici, discendenti diretti di quei circa 56.000 palestinesi che rimasero all’interno dei confini israeliani dopo la Nakba del 1948, il processo di espulsione e fuga di massa che accompagnò la nascita dello Stato ebraico. Secondo alcune proiezioni demografiche, entro il 2050 arabo-israeliani e ultraortodossi, due gruppi in larga parte esclusi o esentati dal servizio militare, potrebbero rappresentare insieme circa metà della popolazione del Paese: un dato che qualsiasi pianificatore strategico dovrebbe considerare tutt’altro che marginale.
Dalla legge sullo Stato-nazione alla riforma della giustizia: la lunga marcia verso l’illiberalismo
Questa trasformazione demografica ha prodotto, nel tempo, uno spostamento dell’asse politico israeliano verso posizioni sempre più radicali, con una pressione crescente per ottenere l’allineamento della magistratura al potere esecutivo — un processo che non riguarda soltanto Netanyahu, ma che aveva già trovato spazio anche sotto il governo di Naftali Bennett. Il punto di svolta simbolico è la legge del 2018 che definisce Israele “Stato nazione del popolo ebraico”: una norma che, nella sua formulazione, attribuisce a un ebreo statunitense, russo, italiano o francese una titolarità sullo Stato israeliano superiore rispetto a quella di un cittadino arabo-israeliano che in quel Paese ci vive e ci paga le tasse. Difficile immaginare una definizione più esplicita di gerarchia cittadina su base etnico-religiosa in una democrazia che si vuole ancora tale.
Poi è arrivata la riforma della giustizia, discussa già dal 2021 e accelerata dopo l’insediamento del governo Netanyahu nel 2022, che ha riempito ogni sabato le piazze delle principali città israeliane di manifestanti contrari a un progetto esplicitamente orientato a ridurre i poteri di controllo della Corte Suprema sull’esecutivo. Il rifiuto attuale di conformarsi a una sentenza giudiziaria si inserisce esattamente in questa traiettoria: un tassello che conviene politicamente a Netanyahu, perché apre la strada, in prospettiva, alla possibilità di disconoscere un risultato elettorale sfavorevole. Ma sarebbe riduttivo, e persino comodo, addossare l’intera responsabilità di questa deriva a un solo uomo.
La virata illiberale, per non dire apertamente autoritaria, di Israele risponde a una domanda politica reale, sostenuta con convinzione da una parte consistente dell’elettorato, e osteggiata da un’altra parte che, non a caso, sta progressivamente scegliendo l’emigrazione: la bilancia migratoria israeliana è negativa da tempo, segnale eloquente di quanto la fiducia nel futuro del Paese si sia incrinata anche tra chi lo abita.
Questa conflittualità interna resta oggi in gran parte latente, contenuta artificialmente dallo stato di guerra permanente che assorbe l’attenzione pubblica e giustifica la sospensione di ogni dibattito interno urgente. Ma quando le armi taceranno — se mai taceranno — le fratture accumulate rischiano di sfuggire a qualsiasi controllo, minacciando le fondamenta stesse su cui lo Stato israeliano è stato costruito. Ed è precisamente questo l’obiettivo dichiarato di chi, dall’altra parte del conflitto, punta a spingere queste contraddizioni interne fino al punto di non ritorno: non serve vincere sul campo di battaglia quando il nemico può implodere da solo.

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