I nominati: un parlamento senza popolo

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Le liste bloccate hanno sostituito gli eletti con i nominati, trasformando il Parlamento in una corte di fedelissimi. La nuova legge elettorale promette di completare l’opera: più potere a una minoranza, meno rappresentanza, una Costituzione piegata agli interessi di chi governa.

I nominati

– Fausto Anderlini*

A scanso di ogni equivoco, giudico la nuova legge elettorale in gestazione un abominio. Un esoso premio di maggioranza permetterà a una minoranza che racimola non più di un quarto dell’elettorato (il 42%, stante un trend ormai consolidato, di non oltre il 60% di elettori votanti) di assumere decisioni dirimenti, di eleggere il Presidente e di fare qualsiasi cosa le aggrada.

La legge è palesemente incostituzionale e non si vede come possa sfuggire a un giudizio della Corte già reiterato per vizi analoghi a proposito del “Porcellum” e dell'”Italicum”. Se la decisione della Corte andasse per le lunghe si potrebbe però ricreare l’anomala e abnorme situazione della legislatura 2013-2018, quando un Parlamento di fatto sfiduciato dalla Corte, cioè privo di legittimazione, arrivò a tentare di riformare la Costituzione medesima.

È per questo che giudico del tutto probabile che Meloni andrà alle urne appena approvata la legge. Bruciare la Corte sul tempo. A meno che Mattarella non trovi i numeri (cosa improbabile, oltre che detestabile) per un governo di transizione.

L’esperienza ha ormai più di un terzo di secolo di storia. Viviamo in una parodia pseudo-democratica dove ogni legislatura si caratterizza per il tentativo (spesso riuscito) di manomettere la legge vigente a misura della maggioranza in carica.

Trenta anni di sperimentazione intorno al machiavello di una democrazia decidente a carattere maggioritario, nel nome di un malinteso bipolarismo, hanno finito per stravolgere l’ordinamento costituzionale sino a ledere le travature dello Stato di diritto, ovvero gli equilibri fra i poteri ripartiti, rendendo le strutture della Repubblica ancora più fragili di fronte al predominio dei vari monopoli non elettivi.

La realtà storica dimostra che il sistema proporzionale puro era di fatto consustanziale all’ordinamento costituzionale. La decisione dei costituenti di considerare la legge elettorale in ambito ordinario si è rivelata una svista nel cui pertugio hanno approfittato tutte le volontà politiche recalcitranti.

Il risultato è lo spettacolo desolante di governi che non combinano quasi nulla e che si ripresentano agli elettori avendo a consuntivo l’ennesima porcata elettorale e maldestre e depistanti riforme costituzionali che il popolo, fortunatamente, dimostra quasi sempre di non gradire.

Attingendo allo squisito sapere metaforico-musicale di Marcella Mauthe si potrebbe parafrasare una celebre canzone della Carrà, indimenticata regina della sana voglia di godere del mondo folk-comunista della riviera romagnola: «Com’è bello fare il parlamentare da Trieste in giù».

Decenni di liste bloccate hanno finito per selezionare una classe parlamentare non solo vieppiù scadente, ma soprattutto del tutto avulsa dal popolo e sinanche da interessi circostanziati e clientele.

Senza neanche più la prova di realtà del collegio (unico aspetto di rilievo del plurality), i parlamentari (e tanto più se di lungo corso) vivono come rentiers irresponsabili, animati tutt’al più da vacui fermenti identitari e da un agonismo polemico meramente fazioso.

Fare il parlamentare è comunque bello. Si guadagna bene, si viaggia, si vede gente, si partecipa di un valore di status (per quanto calante) paragonabile a quello dell’aristocrazia.

Si potrebbe dire che stare all’opposizione è ancor più bello che stare in maggioranza, dove il vincolo fiduciario costringe a ingoiare rospi nell’oscura condizione del peones (per nulla casualmente surrogata da nevrotiche scariche di adrenalina partigiana e sicumera nei confronti della minoranza).

All’opposizione, invece, la falsa coscienza tribunizia può librarsi nell’aula senza impedimenti. Una vacanza nella quale dare sfogo ai più fieri sentimenti umani. Si lotta illuminati da visioni universali invece di governare. E in una comoda posizione. Seduti su uno scranno.

Un esercizio dove le anime più pure della cosiddetta sinistra si trovano perfettamente a loro agio, ma che interessa meno i riformisti, ai quali di “testimoniare” non frega nulla. Tutti comunque uniti dall’obbedienza al sistema di nomina, sul quale pesa come un macigno l’obbligo di fedeltà al potere occulto che la facciata cela.

Ecco, non per caso, la ragione di certi enfatici pronunciamenti, così come di evasivi smarcamenti quando è in gioco il vincolo esterno. Una parolina di troppo fuori schema può costare ipso facto la rielezione, se non peggio.

Quando i topolini si fanno giganti

Non tragga in inganno il fenomeno delle trasmigrazioni (quasi sempre gente in disgrazia alla ricerca di una nuova protezione). Elezione per nomina e vincolo di mandato imperativo sono consustanziali. L’art. 67 della Costituzione è stato ridotto a strame.

Nulla di più ipocrita che censurare i cacicchi, additati come satrapi del voto di scambio e di ogni altra nequizia. Godendo di un proprio consenso reale (comunque guadagnato), sono in realtà gli unici che possono muoversi liberamente, rispondendo solo a sé stessi e quindi, come recita l’art. 67, alla “Nazione”.

Per questo mi è sempre stato simpatico De Luca, uno dei pochi personaggi liberi le cui posizioni in materia di politica estera sono di una chiarezza adamantina.

Accogliendo nelle file del Parlamento membri tratti dalla classe amministrante (che un proprio seguito l’hanno comunque), sembrerebbe che il PD possa andare immune dagli aspetti più perniciosi della malattia. Ma non è vero.

Il circolo vizioso funziona in tutte le direzioni, anche retroattivamente. Nessun sindaco, per quanto popolare, potrà coronare il proprio curriculum con una comoda rendita parlamentare se non avrà dato prova di fedeltà al potere nominante.

Così si spiega perché membri della classe amministrante che si pregiano di grande vicinanza ai cittadini siano poi fra i più ossequiosi al mainstream una volta varcato il soglio. Anzi, fin da prima.

Il foedus vassallatico, cioè la soggezione alla potestas nominandi attuale e futura, vive già in loro, agostinianamente, in interiore homine.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini

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