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Mentre Gaza resta sotto le bombe, in Cisgiordania i coloni cacciano 2.300 palestinesi in sei mesi con incendi e violenza quasi mai punita: il 93,6% delle indagini si chiude senza rinvio a giudizio. Israele finanzia intanto 34 nuove colonie con 1,3 miliardi di shekel.
Duemilatrecento sfollati in sei mesi: la Cisgiordania brucia mentre il mondo guarda Gaza (senza muovere un dito)
Mentre l’attenzione mediatica internazionale – già di per se blanda – resta comprensibilmente concentrata sui bombardamenti israeliani della Striscia, in Cisgiordania si consuma un processo altrettanto sistematico ma meno fotogenico: lo svuotamento progressivo del territorio palestinese attraverso il fuoco, l’intimidazione armata e una copertura istituzionale che ha ormai smesso di fingersi neutrale.
Dall’inizio dell’anno le Nazioni Unite hanno contato oltre 1.200 aggressioni di coloni e più di 2.300 palestinesi cacciati dalle proprie terre, tra cui oltre mille bambini. Nel frattempo, il governo israeliano ha stanziato 1,3 miliardi di shekel per finanziare 34 nuove colonie — una coincidenza numerica, quella tra aggressioni e nuovi insediamenti, che definire casuale richiederebbe una notevole dose di ingenuità.
Il quadro di Gaza resta comunque devastante: martedì 14 luglio il fuoco israeliano ha ucciso almeno dieci palestinesi, tra cui il piccolo Muataz Abu Shaar, dieci anni. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre, le vittime palestinesi nella Striscia hanno superato quota 1.100, un dato che rende la parola “cessate il fuoco” un esercizio semantico piuttosto ottimistico. Ma è in Cisgiordania che si registra un fenomeno distinto, con una propria logica interna: gli incendi appiccati ai campi coltivati non sono episodi isolati di violenza incontrollata, sono strumenti mirati a rendere impossibile la permanenza. A Susya, nell’area di Masafer Yatta, il fuoco ha divorato vaste superfici agricole; a Ramin, vicino Tulkarm, un trattore e un’automobile sono stati dati alle fiamme. Immagini diffuse dal canale Eye on Palestine che raccontano una strategia, non un incidente.
La matematica dello sfollamento e l’aritmetica dell’impunità
I numeri, quando si allarga lo sguardo, compongono un mosaico difficile da liquidare come esagerazione propagandistica. L’OCHA ha documentato, al 6 luglio, oltre 1.200 aggressioni di coloni distribuite in più di 240 comunità palestinesi — una media di circa sei episodi al giorno. Dal 2023, 121 comunità hanno subito sfollamento totale o parziale, 46 delle quali svuotate completamente.
Il rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, pubblicato a marzo, non usa mezzi termini: descrive una violenza organizzata e largamente incontrastata, con le autorità israeliane impegnate a dirigerla oppure, quantomeno, a renderla possibile attraverso l’inazione. Nei dodici mesi terminati il 31 ottobre 2025, l’ONU ha contato 1.732 attacchi e oltre 36.000 sfollati nel contesto dell’espansione coloniale. La distinzione tra violenza dello Stato e violenza dei coloni, conclude lo stesso rapporto, è ormai difficile da tracciare — il che equivale a dire che non ha più molto senso tracciarla.
Persino un membro del Congresso statunitense ha toccato con mano questa realtà: l’8 luglio, a Khirbet Zanuta, uomini armati con fucili M4 di fabbricazione americana hanno circondato il veicolo del deputato democratico Ro Khanna, trattenendo la delegazione per oltre un’ora. Secondo Khanna, i soldati israeliani intervenuti si sono schierati con i coloni; l’esercito sostiene di averli dispersi. La liberazione è arrivata solo grazie all’intervento dell’ambasciata americana e della polizia israeliana — un lusso diplomatico che un parlamentare statunitense può permettersi e che un pastore di Susya, evidentemente, no.
L’impunità non è un’impressione soggettiva: è un dato statistico verificabile. Nei fascicoli seguiti da Yesh Din tra il 2005 e il 2025, il 93,6% delle indagini su reati ideologici commessi da israeliani contro palestinesi si è concluso senza rinvio a giudizio. Appena il 3% ha prodotto una condanna, anche solo parziale. Numeri che raccontano un sistema giudiziario che non fallisce per inefficienza, ma che funziona esattamente come è stato progettato per funzionare.
Il denaro pubblico che costruisce colonie e quello negato ai palestinesi
A completare quanto l’archiviazione giudiziaria lascia impunito interviene il finanziamento statale. Il 14 luglio il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato 1,3 miliardi di shekel per 34 nuove colonie, con ulteriori 1,075 miliardi destinati alle infrastrutture stradali necessarie a raggiungerle. Bezalel Smotrich ha annunciato che il totale delle colonie promosse durante il suo mandato salirà a 103, dichiarando l’obiettivo politico con una franchezza quasi disarmante: “uccidere l’idea” di uno Stato palestinese.
Circa 700.000 coloni israeliani vivono oggi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, in mezzo a 2,7 milioni di palestinesi. Peace Now aveva già calcolato a marzo in oltre 19 miliardi di shekel il valore complessivo dei fondi destinati alle colonie dal governo Netanyahu, sette dei quali riservati esclusivamente alle strade — circa la metà delle quali, secondo la stessa organizzazione, tracciate su proprietà palestinesi private.
Mentre il bilancio israeliano apre nuove strade ai coloni, le entrate fiscali palestinesi restano congelate: la Banca mondiale conferma che i trasferimenti sono interamente sospesi dal maggio 2025, costringendo Ramallah a corrispondere salari parziali ai propri dipendenti pubblici. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia aveva stabilito che Israele dovesse fermare immediatamente ogni nuova attività di insediamento ed evacuare i coloni dal territorio occupato. Due anni dopo, il governo celebra altre 34 colonie mentre i campi di Susya bruciano. A Gaza i missili cancellano vite lungo la costa; in Cisgiordania il fuoco ai raccolti e le strade riservate ai coloni spingono le famiglie fuori dalla propria terra con la stessa determinazione, solo con strumenti diversi.

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