Lindsey Graham: l’Europa piange chi voleva radere al suolo Gaza

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Von der Leyen, Merz e Zelensky celebrano Lindsey Graham come “amico” dell’Europa. Ma il senatore minacciava sanzioni contro chi sostenesse la Cpi e nel 2026 giustificava Gaza paragonandola a Hiroshima “su steroidi”. Il cordoglio istituzionale racconta più di mille comunicati stampa.

Il cordoglio europeo per Lindsey Graham

Difficile trovare un indicatore più eloquente dello stato di salute morale della classe dirigente europea del coro di elogi tributato alla scomparsa di Lindsey Graham. Il senatore repubblicano, morto a 71 anni, viene celebrato da Berlino a Bruxelles come “vero amico e partner” dell’alleanza transatlantica, mentre le sue dichiarazioni più recenti su Gaza restano accuratamente fuori dai comunicati ufficiali. Il cancelliere tedesco Merz e la presidente della Commissione Ue von der Leyen si sono uniti al lutto istituzionale con la disinvoltura di chi non ha alcuna intenzione di fare i conti con chi fosse realmente l’uomo che stavano piangendo.

Von der Leyen ha parlato di un senatore che avrebbe “lottato fino all’ultimo” per la causa ucraina e per aumentare i costi dell’aggressione russa. Boris Johnson si è detto “molto scioccato e rattristato”. Zelensky ha evocato la perdita di “un leader determinato” e di “un vero amico” per l’Ucraina. Parole pesanti,  che assumono i contorni di un vero e proprio azzardo politico quando si confrontano con il curriculum reale del defunto.

L’amico dell’Europa che minacciava di schiacciarne l’economia

Perché di amico dell’Europa, Graham, ne aveva ben poco. Accanito sostenitore di Netanyahu, promotore instancabile di ogni escalation bellica in chiave antirussa, il senatore non si è mai fatto scrupolo di trattare gli alleati europei con la stessa cortesia riservata agli avversari. Il 23 novembre 2024, in un’intervista a Fox News, minacciò apertamente il continente: chi avesse osato assistere la Corte Penale Internazionale nelle sue indagini avrebbe subito sanzioni capaci di schiacciare intere economie nazionali. Non proprio il linguaggio di un partner affidabile, quanto piuttosto quello di chi considera l’Europa un protettorato da tenere a bada con la minaccia economica.

Graham si vantava pubblicamente di recarsi in Israele con cadenza quasi bisettimanale, sostenuto da centinaia di migliaia di dollari raccolti dalla lobby pro-Israele statunitense e dal complesso militare-industriale americano — dettaglio che i necrologi istituzionali hanno preferito omettere, forse per evitare che i lettori si facessero domande scomode sulla natura del “amico determinato” appena scomparso.

Berlino, Tokyo, Gaza: la stessa logica secondo un senatore che l’Europa continua a celebrare

Il capitolo più inquietante, tuttavia, riguarda le dichiarazioni rilasciate da Graham nel 2026 — non trent’anni fa, non in un contesto storico ormai archiviato, ma quest’anno — a proposito di Gaza. In un’intervista ha giustificato apertamente la devastazione sistematica del territorio palestinese paragonandola alla distruzione di Berlino e Tokyo durante la Seconda guerra mondiale, come se rasare al suolo una città fosse un precedente storico da rivendicare piuttosto che una tragedia da evitare di ripetere.

Non contento, ha spinto oltre il ragionamento, sostenendo che Israele sarebbe pienamente legittimato a ricorrere ad armi nucleari contro Gaza, invocando esplicitamente il paragone con Hiroshima e Nagasaki “su steroidi” — una formula che, tolta ogni retorica, equivale all’auspicio esplicito di un crimine di guerra su scala nucleare.

Che un simile personaggio abbia potuto presentare la distruzione sistematica di un territorio abitato da oltre due milioni di civili come atto legittimo e persino necessario, senza che questo comportasse alcuna conseguenza politica reale, dice già molto del clima in cui viviamo. Che i leader europei, dopo aver assistito a simili dichiarazioni, scelgano di ricordarlo esclusivamente come baluardo della libertà ucraina, senza la minima menzione critica del suo palese entusiasmo per la violenza indiscriminata, ne dice ancora di più. Non è memoria selettiva: è una scelta politica precisa, quella di continuare a onorare chi ha sostenuto senza remore ogni guerra occidentale degli ultimi trent’anni, purché la retorica sull’alleanza transatlantica resti intatta. Chi ha davvero a cuore la pace e la diplomazia, di un simile cordoglio, farà volentieri a meno.

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